Qua è tutto uno stare male, dirsi no dai basta stare male, riprendersi, stare benissimo, ma benissimo proprio, divertirsi da pazzerelli, fare cazzate, spendere soldi, prendere treni, andare in tivvù tutte le settimane, ridere ridere ridere, bere vodka lemon, fumare sigarettine, e poi di nuovo, prevedibilmente, stare di merda.
E altro giro altra corsa.
Che a sto punto insomma risparmiamo i soldi dei treni, e le sigarettine e l'alcool fanno venire la pelle brutta, e poi la tivvù non è mai stato il mio sogno, più che farla guardarla tutto il giorno in pigiama senza lavarsi i capelli con delle enormi buste di M&M's marroni e il telefono a portata di mano come Lelaina Pierce che resta, a distanza di quasi 20 anni, la mia figura di riferimento cinematografico e massima immedesimazione aspirazionale, già solo per la magrezza e il taglio di capelli, poi per il senso di inadeguatezza costante e il fatto di non essere mai amata abbastanza, ci ho lavorato da sola.
La differenza è tutta nella guarigione. C'è chi passa un brutto periodo, poi ne esce e torna il ghepardo di una volta, e chi non ne esce mai, chi ha con lo stare male una confidenza quotidiana, sottintesa, come quei diabetici che si fanno le iniezioni di insulina davanti a tutti senza rompere troppo le palle.
Ecco, io forse non ce la farò mai.
A non essere plateale, melodrammatica, a non piangere forte, a non lamentarmi, cercare il conforto, vomitare addosso a chiunque ogni singola ossessione, a credere che passerà, a non stare sul bordo del precipizio e pensare che sarà comunque il soffio di vento e mai il coraggio a buttarmi giù. Io non ce la faccio a non essere malata terminale con gli spasmi e il coma e tutti intorno al letto d'ospedale.
Quindi alle quattro di notte, su via dei coronari, seduta sempre sullo stesso gradino dello stesso negozio, con il tizio che porta i cornetti al bar che ormai mi riconosce e saluta, io mascherona di ansia e freddo che ascolto in loop lo stesso pezzo e bestemmio dio e la madonna e cerco le forze e mi dico che tra sei mesi non starò sicuramente così e tra sei mesi qualcosa sarà cambiato e faccio finta di non ricordare che sei mesi fa era un'eternità e se succedono tutte le cose che sono successe in sei mesi, io stavolta ci muoio sotto, di stanchezza e indecisione e ansia da prestazione.
E tra l'altro sei mesi fa era inverno.
E lo è ancora.
E il pezzo è questo.
E allora capitemi.
Stazzitta
giovedì 23 maggio 2013
venerdì 17 maggio 2013
diciassettemaggioduemilatredici
La camicia bianca di Banana Republic scarto dell'armadio di mia suocera,
spiaccicata sui ragnetti rossi minuscoli che sono solo un puntino, quelli che giocavo a uccidere con mia sorella e mio cugino alessandro da piccola sui muri farinosi di una sardegna che poi è sprofondata.
Le fragole del despar che non sanno di nulla, che dalla busta sembrano sempre perfette, poi le apri e sotto sono ammaccate e violacee, e servirebbe un coltello, due limoni e tantissimo zucchero per dar loro una parvenza d'estate e invece ho solo la fontanella dove il barbone si lava la mattina, poveraccio lui.
Le mutande scomode ma carine, che però non stanno bene di colore nè coi ragnetti nè con le fragole, e tanto vale allora non spogliarsi oggi, resto vestita, tanto la nudità se vuoi è come l'acqua, si infila, ti bagna e ti si asciuga poi addosso.
Il tizio di Bracciano che mi lancia i soldi invece di poggiarli delicatamente sul tavolo, che se c'è una cosa che mi fa andare in bestia è questa, ma tranquillo amico braccianese, non è colpa tua che sei un bifolco di merda, sono io che coi soldi sono sempre a disagio.
Le chiacchiere in loop delle colleghe di là, che non so se è cortesia o semplicità o un problema di memoria a breve termine, ma un giorno io, e lo giuro davanti a tutti, mi alzerò e urlerò che sta cazzata di tuo nipote che da piccolo dormiva con te e del padre non ne voleva proprio sapere, voleva solo te e la madre, porca eva l'hai detta seicento volte ed era retorica e triste anche la prima, e graziaci, cristo che cazzo, e pensa a tuo genero che povero lui, non doveva essere piacevole.
"E la conosci questa sensazione, questo senso di vuoto senza una ragione".
Le sigarette che non compro, l'accendino che mi porto comunque dietro, la voglia di fumare ogni tanto e l'inutilità del farlo, le gambe lisce, la panzetta, la frangia lunga che non ho la fronte, sentirsi fuori come sono dentro, dirsi di sì, ogni tanto.
"Ma la conosci bene questa sensazione, è una specie di ottimismo senza una ragione".
Le cose da scrivere, quelle da dire, quelle da stare solo zitti, quelle da ripetere, quelle da fare finta che mai sentite, quelle che poi lo sappiamo comunque che le abbiamo dette, i taciti accordi, le mani avanti, le spalle indietro, la pancia in dentro.
I 5 euro nuovi, che ieri sera i Valeri ridevano e "volete vedere la faccia dello stupore?" e la facilità con cui la gente è normale quando vuole, sentirsi a casa ovunque, non avere nemmeno il problema di stare con le spalle verso il muro, neanche il fastidio di avere gli estranei che mi camminano dietro.
I venerdì puliti e in ordine, i ritorni nella casa che mi somiglia che valgono la pena di fare un bilancio e dirsì che in fondo poi tutto in merda non è poi andato.
La dipendenza.
Le aspettative.
La dipendenza dalle aspettative.
spiaccicata sui ragnetti rossi minuscoli che sono solo un puntino, quelli che giocavo a uccidere con mia sorella e mio cugino alessandro da piccola sui muri farinosi di una sardegna che poi è sprofondata.
Le fragole del despar che non sanno di nulla, che dalla busta sembrano sempre perfette, poi le apri e sotto sono ammaccate e violacee, e servirebbe un coltello, due limoni e tantissimo zucchero per dar loro una parvenza d'estate e invece ho solo la fontanella dove il barbone si lava la mattina, poveraccio lui.
Le mutande scomode ma carine, che però non stanno bene di colore nè coi ragnetti nè con le fragole, e tanto vale allora non spogliarsi oggi, resto vestita, tanto la nudità se vuoi è come l'acqua, si infila, ti bagna e ti si asciuga poi addosso.
Il tizio di Bracciano che mi lancia i soldi invece di poggiarli delicatamente sul tavolo, che se c'è una cosa che mi fa andare in bestia è questa, ma tranquillo amico braccianese, non è colpa tua che sei un bifolco di merda, sono io che coi soldi sono sempre a disagio.
Le chiacchiere in loop delle colleghe di là, che non so se è cortesia o semplicità o un problema di memoria a breve termine, ma un giorno io, e lo giuro davanti a tutti, mi alzerò e urlerò che sta cazzata di tuo nipote che da piccolo dormiva con te e del padre non ne voleva proprio sapere, voleva solo te e la madre, porca eva l'hai detta seicento volte ed era retorica e triste anche la prima, e graziaci, cristo che cazzo, e pensa a tuo genero che povero lui, non doveva essere piacevole.
"E la conosci questa sensazione, questo senso di vuoto senza una ragione".
Le sigarette che non compro, l'accendino che mi porto comunque dietro, la voglia di fumare ogni tanto e l'inutilità del farlo, le gambe lisce, la panzetta, la frangia lunga che non ho la fronte, sentirsi fuori come sono dentro, dirsi di sì, ogni tanto.
"Ma la conosci bene questa sensazione, è una specie di ottimismo senza una ragione".
Le cose da scrivere, quelle da dire, quelle da stare solo zitti, quelle da ripetere, quelle da fare finta che mai sentite, quelle che poi lo sappiamo comunque che le abbiamo dette, i taciti accordi, le mani avanti, le spalle indietro, la pancia in dentro.
I 5 euro nuovi, che ieri sera i Valeri ridevano e "volete vedere la faccia dello stupore?" e la facilità con cui la gente è normale quando vuole, sentirsi a casa ovunque, non avere nemmeno il problema di stare con le spalle verso il muro, neanche il fastidio di avere gli estranei che mi camminano dietro.
I venerdì puliti e in ordine, i ritorni nella casa che mi somiglia che valgono la pena di fare un bilancio e dirsì che in fondo poi tutto in merda non è poi andato.
La dipendenza.
Le aspettative.
La dipendenza dalle aspettative.
giovedì 9 maggio 2013
La labirintite
So cosa scrivere ma non so per chi.
Che sembra si siano tutti risvegliati e improvvisamente girati verso di me a dire "e tu?".
E io?
Quando ero piccola una volta rubai uno scotch colorato a mia sorella. Doveva essere molto costoso o molto prezioso e mi ricordo di averne usato un sacco, per fare bellissime cornicette intorno a delle scritte sul diario. Erano due rotolini verde e fucsia fluo, il nastro era satinato e la colla era di qualità, potevi staccarlo e riattaccarlo senza che strappasse la pagina. Era davvero fico.
Mia sorella non voleva che lo usassi naturalmente, eravamo in quell'età in cui le cose che possiedi fanno di te una ragazza o una ragazzina (uscire con la borsa o no, avere una cipria tutta tua e non quella di tua madre), lei forse era al liceo e io insomma, quasi quattro anni di meno.
Lo avevo rubato, usato e avevo fatto finta di niente. L'ho rifatto mille volte con tante altre cose, rubare non è mai stato qualcosa di cui sentivo il peso, né l'eccitazione. Lo volevo, lo ottenevo, bravi tutti.
Quella volta mi sgamarono, ché solo se hai paura non ti fai beccare e io invece paura proprio mai, purtroppo proprio mai. Purtroppo proprio mai.
La bufera. Lei incazzata come un'aquila, io che negavo fino alla morte. I miei genitori non particolarmente interessati alla diatriba in corso credettero di risolvere tutto chiedendomi di mostrare a mia sorella il diario per convincerla che ero innocente. Glielo mostrai, faccia come il culo, a distanza, sostenendo di aver usato dei semplici evidenziatori, ma comunque non è di questo che volevo scrivere, scusate ma già non mi va più, è che sembra sempre di dover trovare un cazzo di tema, una cazzo di storia e far leggere tra le righe una verità che sono troppo simpatica per raccontare così, a crudo, e se siete profondi voi la capirete e avremo stabilito un contatto intellettuale emotivo spirituale solo nostro. E vorrei una posta del cuore, qualcuno che mi dia un argomento che possibilmente non mi coinvolga, che ho un sacco di opinioni su tutto e non vedo l'ora di trovare quelle parole illuminanti che tanto vi piacerà ricordare a proposito dei cazzi vostri, così mi direte che nessuno vi aveva mai detto una cosa così intelligente e ho capito proprio tutto e io torno a casa super vincitrice e ho ancora il mio scotch colorato e al massimo ok, ho mentito e sono un po' più meschina e di merda di ieri, ma sopravviverò. Che del resto è tutto un accorgersi di quanto lo siano gli altri prima di capire quanto devi fingere di non esserlo tu, l'importante è lo scarto non è l'assoluto, e le migliori giornate della mia vita le ho passate con amiche più grasse di me.
Mangio caramelle balsamiche che mi fanno schifo ora, perché ho la tosse da una vita e probabilmente sono malata ma non ho voglia di curarmi, ho voglia di stare male e resistere e lamentarmi e pensare a me come a una gloriosa eroina dei nostri tempi che sopravvive al mal di gola e allo sfinimento, alla stanchezza e alla consapevolezza, al rimorso dello scotch colorato e all'arroganza di non esserne ancora oggi pentita.
Una guerriera di sto cazzo, una che si inventa gli incidenti solo per mostrare le ferite.
domenica 5 maggio 2013
Pensa che stronza.
Sta cosa che parlo tantissimo deve finire.
Che poi dico sempre le stesse cose, che mi avanzano sulla lingua, che non la sto usando poi in altri modi particolarmente interessanti ultimamente, quindi mi perdo il pubblico per strada e non so mai a chi ho detto cosa quindi mi sbaglio e divento ripetitiva oltre che fortemente egoriferita e anche un po' stufa di ascoltarmi io, da sola.
Io, da sola.
Soffermatevi sul concetto.
Certe canzoni servono solo a farti fare così con la testa, e dio le benedica, e invece con altre ci sono epifanie sparse in giro, frasi che avrei voluto scrivere anche io, se sapessi scrivere come vorrei e non così, anche se in fondo c'è gente che deliberatamente non legge i russi quindi posso sempre ritagliarmi una fetta di mercato tra dei perfetti pazzi immeritevoli degli occhi, come ho cercato di fare, senza successo. O comunque con un successo poco riscontrabile e facilmente rimborsabile, che manco nei peggiori bar di Caracas.
E credo ancora di poter riavere quella sensazione di apertura e spazio intorno che avevo a 13 anni con la comitiva del mare, quando piena di sale e di nivea me ne stavo in spiaggia alle sette di sera con gli slip del costume e le tette di marmo ancora mai toccate (ancora mai toccate, rendiamoci conto, ancora mai) sotto una maglietta bianca e celeste scolorita homemade o forse comprata a via sannio che adoravo e mi faceva sentire così rappresentata, così me stessa nelle foto. Che le foto poi sono tutto. Più le foto che essere me stessa. E agosto durava sei mesi e settembre era solo una proiezione e un racconto e ottobre era studiare e novembre era maglioni e dicembre era regali e gennaio era maturità e febbraio era ribellione e marzo era compleanni e aprile era canottiere e sole in terrazza e maggio non esisteva e giugno non esisteva e luglio non esisteva, esistevo solo io e chi volevo io e chi volevo io esisteva solo grazie a me.
Poi è cambiato tutto, credo sia perché ho frequentato uno che stava in parrocchia, e quando ero con loro sentivo tanto l'urgenza di marcare la differenza, per esempio mi tagliavo i capelli come loro mai avrebbero fatto, e forse è lì che ho iniziato a essere io TRA la gente e non io E la gente, volendo anche staccate, anche affanculo una con l'altra. Io in mezzo alla gente, sempre immersa, invischiata, coinvolta, la percezione di me come di un enorme e dio-che-due-coglioni dov'è Wally vivente in ogni situazione, in fila dal dottore, al lanificio, in un letto, agli esami universitari, su twitter.
Che non so davvero come sia possibile che non ho una reflex.
Saranno i soldi.
Può essere per i soldi sì.
E insomma le tette adesso sono meno di marmo e la nivea so che ti fa spellare e agosto dura al massimo due settimane e alle sette di sera di solito sono già distrutta e forse sto facendo l'aperitivo e ce l'avrei ancora il coraggio di cantare Quanto ti voglio da sola a voce alta con un tizio con la chitarra che riesce a suonare da sdraiato e un po' sta cosa mi piace, ce l'avrei o no?
Secondo me no.
Pensa che stronza.
Che poi dico sempre le stesse cose, che mi avanzano sulla lingua, che non la sto usando poi in altri modi particolarmente interessanti ultimamente, quindi mi perdo il pubblico per strada e non so mai a chi ho detto cosa quindi mi sbaglio e divento ripetitiva oltre che fortemente egoriferita e anche un po' stufa di ascoltarmi io, da sola.
Io, da sola.
Soffermatevi sul concetto.
Certe canzoni servono solo a farti fare così con la testa, e dio le benedica, e invece con altre ci sono epifanie sparse in giro, frasi che avrei voluto scrivere anche io, se sapessi scrivere come vorrei e non così, anche se in fondo c'è gente che deliberatamente non legge i russi quindi posso sempre ritagliarmi una fetta di mercato tra dei perfetti pazzi immeritevoli degli occhi, come ho cercato di fare, senza successo. O comunque con un successo poco riscontrabile e facilmente rimborsabile, che manco nei peggiori bar di Caracas.
E credo ancora di poter riavere quella sensazione di apertura e spazio intorno che avevo a 13 anni con la comitiva del mare, quando piena di sale e di nivea me ne stavo in spiaggia alle sette di sera con gli slip del costume e le tette di marmo ancora mai toccate (ancora mai toccate, rendiamoci conto, ancora mai) sotto una maglietta bianca e celeste scolorita homemade o forse comprata a via sannio che adoravo e mi faceva sentire così rappresentata, così me stessa nelle foto. Che le foto poi sono tutto. Più le foto che essere me stessa. E agosto durava sei mesi e settembre era solo una proiezione e un racconto e ottobre era studiare e novembre era maglioni e dicembre era regali e gennaio era maturità e febbraio era ribellione e marzo era compleanni e aprile era canottiere e sole in terrazza e maggio non esisteva e giugno non esisteva e luglio non esisteva, esistevo solo io e chi volevo io e chi volevo io esisteva solo grazie a me.
Poi è cambiato tutto, credo sia perché ho frequentato uno che stava in parrocchia, e quando ero con loro sentivo tanto l'urgenza di marcare la differenza, per esempio mi tagliavo i capelli come loro mai avrebbero fatto, e forse è lì che ho iniziato a essere io TRA la gente e non io E la gente, volendo anche staccate, anche affanculo una con l'altra. Io in mezzo alla gente, sempre immersa, invischiata, coinvolta, la percezione di me come di un enorme e dio-che-due-coglioni dov'è Wally vivente in ogni situazione, in fila dal dottore, al lanificio, in un letto, agli esami universitari, su twitter.
Che non so davvero come sia possibile che non ho una reflex.
Saranno i soldi.
Può essere per i soldi sì.
E insomma le tette adesso sono meno di marmo e la nivea so che ti fa spellare e agosto dura al massimo due settimane e alle sette di sera di solito sono già distrutta e forse sto facendo l'aperitivo e ce l'avrei ancora il coraggio di cantare Quanto ti voglio da sola a voce alta con un tizio con la chitarra che riesce a suonare da sdraiato e un po' sta cosa mi piace, ce l'avrei o no?
Secondo me no.
Pensa che stronza.
giovedì 2 maggio 2013
Il corpo non mente
Non me la ricordo bene la prima volta che ho fatto sesso.
Non ero nella mia città però e mi ricordo che dopo averlo fatto ero così giovane che sono dovuta andare a dormire in camera con le sorelle di lui, perché la madre non ci faceva stare insieme, e non dormivo e pensavo dio mio l'ho fatto dio mio l'ho fatto dio mio l'ho fatto, che sarà cambiato da ieri che lo infilava ma non tutto tutto fino in fondo?
Che tenerezza.
Poi ne abbiamo fatto tantissimo di sesso, ogni pomeriggio, prendevo l'autobus apposta, mi piaceva da pazzi, poi ci siamo lasciati e ce ne sono stati altri, e per dire con quello subito dopo ero talmente libera che (eppure ero piccola) gli ho chiesto "quand'è che ti vedo nudo?" la seconda volta che uscivamo. Lo stesso che poi una volta mi ha tenuta, in salento, per due ore a gambe aperte per farle il ritratto. Farle, non farmi.
Mi amavano però, anche quelli che mi hanno vista proprio poco, ché forse il sesso libero dà un po' quella dipendenza euforica che è un attimo scambiare per amore, e infatti i Ti amo che mi hanno detto mentre venivano, chi ci ha mai creduto. E manco me ne fregava nulla.
Poi una volta ho finto l'orgasmo. E ho capito che era finita. In macchina, da dietro, io piegata con la testa tra i due sedili, una bottiglia di ferrarelle mezza vuota appiccicata alla pancia, ho finto ma lui lo sapeva infatti poi ci siamo lasciati ma ho pianto e strillato lo stesso, ho pensato che avrei potuto fingere ancora e ancora e sti cazzi dell'orgasmo io voglio solo che mi ami e mi tieni e alla ferrarelle mi abituerò, te lo prometto mi abituerò.
Che tenerezza.
Poi ci sono stati i non pervenuti, gente da avanscoperta, da ginnastica, magari ottima, divertentissima, ma non saprei nemmeno ricordarmi come sia arrivata a stare nuda di fronte a loro, ammesso che davvero nuda di fronte a qualcuno io lo sia stata mai, per cui ok, mi ricordo il piacere, il desiderio, mi ricordo l'altalena tra il timore di avere un corpo che forse non piacerà e il sentire che quel corpo lo vorranno comunque, darglielo in mano (giocaci è tuo), riprenderselo indietro mai più bello o più brutto, solo stanco e usato e usato bene e comunque ancora mio.
Chissà se poi l'ho persa la libertà, chissà se funziona anche quando sei innamorata da tanti anni che il corpo in fondo non te lo riprendi più, lo lasci in giro per casa, e ti fidi di chi lo trova, come col bancomat. Come col passaporto.
Chissà.
Che tenerezza comunque.
E che palle.
giovedì 11 aprile 2013
Bad loop
C'è questo mix di autoindulgenza e autocensura a corrente alternata che funziona tantissimo, che fa venire i capelli splendidi e il magone fisso, che se non lo avete ancora provato e avete la mia età le cose son due, o siete morti o siete salvi.
Prendete una cosa che volete e non potete avere, rendetela l'unico pensiero della giornata, ossessionatevi quanto basta per farvi un po' pena da fuori e un po' rabbia da dentro, arroccatevi su una posizione comoda ma non troppo, del tipo "non è giusto" o "non è un problema mio" o trovatene una inedita che si adatti al vostro caso, di stronzate la testa è piena, non avrete difficoltà.
Poi pensate alla cosa, poi pensate a voi, poi pensate a voi e alla cosa insieme, poi pensate a tutti gli altri personaggi coinvolti nella cosa e staccateli da voi e dalla cosa, che la cosa è vostra, il modo in cui gli altri la gestiscono è non è di vostra competenza, ricordate "non è giusto/non è un problema mio".
Proprio mentre siete lì, col vostro film e la vostra sceneggiatura, immersi nella ragione fino al collo, a cullarvi in quei "fai bene" che tutti vi dicono, fermatevi un attimo a riflettere sul quel saporaccio in bocca da contento e coglionato e guardatevi le mani.
La cosa non c'è, non l'avete comunque, sto petto gonfio che tanto mostrate a che vi serve?
Allora iniziate a biasimarvi, a farvi un po' tenerezza, a castrarvi i pensieri e le azioni, a giudicarvi un po', solo un pochino, riscoprite lungimiranza e buon senso, morale e etica, paura e fatica. Sgonfiate il petto, chinate il capo, sentitevi di merda. Riprendete tutto in mano, il senso della realtà è vostro amico, e per quanto nascondiate benissimo la polvere sotto al tappeto ricordatevi che se siete allergici, vi farà starnutire pure da lì.
Pensate agli altri, non siate egoisti, non siate cattivi, non siate ingenui.
Poi andate a dormire, lasciate fare al vostro inconscio.
Lui sì che la sa gestire.
La mattina dopo, con un bel sogno invalidante sulle spalle,
ricominciate tutto daccapo.
Prendete una cosa che volete e non potete avere, rendetela l'unico pensiero della giornata, ossessionatevi quanto basta per farvi un po' pena da fuori e un po' rabbia da dentro, arroccatevi su una posizione comoda ma non troppo, del tipo "non è giusto" o "non è un problema mio" o trovatene una inedita che si adatti al vostro caso, di stronzate la testa è piena, non avrete difficoltà.
Poi pensate alla cosa, poi pensate a voi, poi pensate a voi e alla cosa insieme, poi pensate a tutti gli altri personaggi coinvolti nella cosa e staccateli da voi e dalla cosa, che la cosa è vostra, il modo in cui gli altri la gestiscono è non è di vostra competenza, ricordate "non è giusto/non è un problema mio".
Proprio mentre siete lì, col vostro film e la vostra sceneggiatura, immersi nella ragione fino al collo, a cullarvi in quei "fai bene" che tutti vi dicono, fermatevi un attimo a riflettere sul quel saporaccio in bocca da contento e coglionato e guardatevi le mani.
La cosa non c'è, non l'avete comunque, sto petto gonfio che tanto mostrate a che vi serve?
Allora iniziate a biasimarvi, a farvi un po' tenerezza, a castrarvi i pensieri e le azioni, a giudicarvi un po', solo un pochino, riscoprite lungimiranza e buon senso, morale e etica, paura e fatica. Sgonfiate il petto, chinate il capo, sentitevi di merda. Riprendete tutto in mano, il senso della realtà è vostro amico, e per quanto nascondiate benissimo la polvere sotto al tappeto ricordatevi che se siete allergici, vi farà starnutire pure da lì.
Pensate agli altri, non siate egoisti, non siate cattivi, non siate ingenui.
Poi andate a dormire, lasciate fare al vostro inconscio.
Lui sì che la sa gestire.
La mattina dopo, con un bel sogno invalidante sulle spalle,
ricominciate tutto daccapo.
domenica 7 aprile 2013
Perché Antonio Baldes funziona e Matteo Renzi no: proposta di traccia per la maturità
Ieri sera c'è stata l'apparizione mariana.
E per "mariana" si intenda nel programma dell'unica divinità che la nostra televisione possa ancora riconoscere come guida spirituale e culturale di un paese altrimenti abbandonato nelle grinfie di Caterine Balivo qualsiasi, mal vestite e troppo sorridenti, artificiosamente empatiche con chiunque.
Matteo Renzi, il grande sconfitto dalle primarie del Pd, colui che tutti immaginiamo da settimane a farsi le pippe a due mani di fronte allo specchio dei bagni di Palazzo Vecchio, inguainato nei suoi skinny preferiti, con una basic t-shirt Zara Trafaluc e un chiodo - "questo straccetto? ce l'ho da anni"- si è presentato di fronte ai concorrenti del serale di Amici per parlare addirittura di speranza.
Come una cretina non l'ho visto in diretta, ero a teatro (non dite nulla, lo so) ma ho rimediato stamattina, probabilmente nell'esatto momento in cui Harrison Ford cercava Sabrinona Ferilli su Youtube e trovava "beato chi soofà er sofà".
Una domenica di epifanie.
Alcune considerazioni:
La prima è che Renzi ha capito, nella teoria, come si deve stare da Maria.
Si sta sciolti, si parla con la gente in studio e mai col pubblico a casa, si va per macrocategorie (speranza, talento, giustizia, futuro, sogni), la forma è niente e la sostanza è tutto, e nonostante a 00.23 gli sfugga un pollice alzato che con quell'outfit fa veramente troppo troppo Happy Days, non si gigioneggia MAI.
Maria non fa spettacolo, Maria non è Silvia Toffanin, Maria ha la cartelletta solo per tenerci le caramelle, Maria costruisce un universo in cui "sono così, sono vero" è la giustificazione a qualsiasi disdicevole azione e imbarazzante dichiarazione, Maria manco per le televendite concede spazio alla fiction, manco per i super ospiti, manco per lo share. Figurati per la politica.
E se Emma Marrone con la verità ci ha vinto Sanremo e Belen ci ha svoltato un giovane ballerino incensurato e molto fertile, Gianni Sperti ci potrebbe pagare l'università dei figli se Paola Barale gli avesse lasciato una prole a testimonianza di un'autentica relazione etero.
Renzi un po' ci prova a stare al gioco, ma non ce la fa, è più forte di lui.
L'avanguardia pura di descriversi come il piccolo sindaco artigiano che fa "quella parola brutta, la politica", l'aria di superiorità illuminata in confronto ai politici infeltriti che snobbano la tv (ma magari Mattè, ma magari), quel "perdonateli" che da Papa Giovanni saremo forse passati a Giovanni Paolo, quell'autobiografia del caduto da cavallo e se ce l'ho fatta io ce la puoi farcela anche tu (cit.), quell'invito a non perdere la faccia, ecco, quello è tanto teatro, tutto teatro, solo teatro.
E il teatro in tv fa cagare.
Non a caso sta su Raitre in quarta serata.
Non lo so se stavolta ha funzionato, a me è sembrato comunque un esame, e le due inquadrature su Argentero e Ferilli (se l'intellighenzia di sinistra sta a Capalbio senza tv a leggere i classici, qualcuno dovrà pur sorvegliare il forte) entrambi perplessi e diffidenti sono forse il miglior termometro della performance.
Il ragazzo è bravo ma non convince, è portato ma non buca il video, magari in un gruppo e non da solista può fare bene, magari con un taglio di capelli diverso, magari l'anno prossimo ripresentati ai provini.
Ma senti a me, prova da Barbara D'Urso.
Guarda a Silvio, come gli è andata bene.
E per "mariana" si intenda nel programma dell'unica divinità che la nostra televisione possa ancora riconoscere come guida spirituale e culturale di un paese altrimenti abbandonato nelle grinfie di Caterine Balivo qualsiasi, mal vestite e troppo sorridenti, artificiosamente empatiche con chiunque.
Matteo Renzi, il grande sconfitto dalle primarie del Pd, colui che tutti immaginiamo da settimane a farsi le pippe a due mani di fronte allo specchio dei bagni di Palazzo Vecchio, inguainato nei suoi skinny preferiti, con una basic t-shirt Zara Trafaluc e un chiodo - "questo straccetto? ce l'ho da anni"- si è presentato di fronte ai concorrenti del serale di Amici per parlare addirittura di speranza.
Come una cretina non l'ho visto in diretta, ero a teatro (non dite nulla, lo so) ma ho rimediato stamattina, probabilmente nell'esatto momento in cui Harrison Ford cercava Sabrinona Ferilli su Youtube e trovava "beato chi soofà er sofà".
Una domenica di epifanie.
Alcune considerazioni:
La prima è che Renzi ha capito, nella teoria, come si deve stare da Maria.
Si sta sciolti, si parla con la gente in studio e mai col pubblico a casa, si va per macrocategorie (speranza, talento, giustizia, futuro, sogni), la forma è niente e la sostanza è tutto, e nonostante a 00.23 gli sfugga un pollice alzato che con quell'outfit fa veramente troppo troppo Happy Days, non si gigioneggia MAI.
Maria non fa spettacolo, Maria non è Silvia Toffanin, Maria ha la cartelletta solo per tenerci le caramelle, Maria costruisce un universo in cui "sono così, sono vero" è la giustificazione a qualsiasi disdicevole azione e imbarazzante dichiarazione, Maria manco per le televendite concede spazio alla fiction, manco per i super ospiti, manco per lo share. Figurati per la politica.
E se Emma Marrone con la verità ci ha vinto Sanremo e Belen ci ha svoltato un giovane ballerino incensurato e molto fertile, Gianni Sperti ci potrebbe pagare l'università dei figli se Paola Barale gli avesse lasciato una prole a testimonianza di un'autentica relazione etero.
Renzi un po' ci prova a stare al gioco, ma non ce la fa, è più forte di lui.
L'avanguardia pura di descriversi come il piccolo sindaco artigiano che fa "quella parola brutta, la politica", l'aria di superiorità illuminata in confronto ai politici infeltriti che snobbano la tv (ma magari Mattè, ma magari), quel "perdonateli" che da Papa Giovanni saremo forse passati a Giovanni Paolo, quell'autobiografia del caduto da cavallo e se ce l'ho fatta io ce la puoi farcela anche tu (cit.), quell'invito a non perdere la faccia, ecco, quello è tanto teatro, tutto teatro, solo teatro.
E il teatro in tv fa cagare.
Non a caso sta su Raitre in quarta serata.
Non lo so se stavolta ha funzionato, a me è sembrato comunque un esame, e le due inquadrature su Argentero e Ferilli (se l'intellighenzia di sinistra sta a Capalbio senza tv a leggere i classici, qualcuno dovrà pur sorvegliare il forte) entrambi perplessi e diffidenti sono forse il miglior termometro della performance.
Il ragazzo è bravo ma non convince, è portato ma non buca il video, magari in un gruppo e non da solista può fare bene, magari con un taglio di capelli diverso, magari l'anno prossimo ripresentati ai provini.
Ma senti a me, prova da Barbara D'Urso.
Guarda a Silvio, come gli è andata bene.
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