mercoledì 28 novembre 2012

E nun ce ne sta.

Non ho il tempo di scrivere questo post. Non ce l'ho fisicamente.
Mi sono scordata di mangiare oggi, non è normale e non è buono, ma evidentemente il mio stomaco ha abdicato al cervello, ché forse si è capito che tutto va e torna lì e non è il caso di nutrire altro.
Ci guadagnassi almeno in cellulite.
Mi perdo i pensieri, vorrei avere il tempo di tirare fuori una penna ma non ne ho più, ho un'app sul cellulare con cui segno parole chiave e concetti, sperando di avere poi la lucidità per ritrovarli e non succede spesso, non succede sempre.
Ed è come non aver mangiato, per quanto mi riguarda, se non peggio.
Se mi sveglio di notte e succede qualcosa e poi mi riaddormento, quella cosa automaticamente viene dimenticata, non è mai successa, il mio cervello non la registra. Chissà quanti appunti potrei prendere, e invece il sonno mi si risucchia, non concede altro spazio, forse perchè quando ero piccola di notte non dormivo mai, la prima volta avevo 4 anni e avevo battuto la testa contro il bordo di ferro del tavolo di un bar.
A saperlo prima.
Non avevo tempo per scrivere questo post, eppure 5 minuti per dirlo li ho trovati.
Potevo mangiare una kinder brioss, che adesso ho tantissima voglia di una kinder brioss.
Adesso ho tantissima voglia anche di una notte lunga in cui mi sveglio mille volte e non lo so.
Ora mi manca un bar coi tavoli in ferro e sono a posto.
Avessi altri 5 minuti lo cercherei.
E invece.


domenica 25 novembre 2012

Siamo tutte Brenda Walsh

Visto il planetario successo della rubrica Riti di passaggio, ovvero Momenti televisivi fondanti di un'identità, è il caso di ricordare un altro tassello fondamentale di quel puzzle di inadeguatezza che era l'adolescenza negli anni '90.
Quando ero piccola credevo che il massimo della goduria fosse vedere Saranno Famosi, specialmente la puntata in cui Doris batte la testa e sogna di essere nel Mago di Oz, e poi un giorno è arrivato Beverly Hills 90210 e nulla è stato più come prima.
C'era tutto: la bionda, la mora, la cretina, la secchiona, il mare, i surf, le tettine, gli anfibi, le gonne lunghe di velluto che non è che ti facevano grande il culo, sembravi proprio il divano di nonna messo in verticale, c'erano le frangette laccate e c'era Dylan, e aveva quelle magliette bianche e il giacchetto di pelle (James Dean copyright) e la droga e la moto, e io ancora non sapevo che nella vita vera poi mi sarei scelta il più (anche fisicamente) Brandon Walsh che potessi incontrare, quindi lo amavo maledettamente e soffrivo per il suo rapporto col padre come se fosse il mio.
Dylan naturalmente lo volevano tutte, soprattutto Kelly Taylor, la bella e ricca della scuola, quella che nelle prime serie era la più figa, poi deve essere arrivata una sceneggiatrice avida di vendetta, perchè nelle serie dopo viene stuprata, drogata, derubata, ingannata, lasciata, tradita, quasi bruciata viva in un palazzo. È il karma, Kelly, stacce.
Tra le mille puntate, una in particolare avrebbe dovuto insegnarmi tanto e invece la sottovalutai, troppo impegnata a imparare il balletto dell'esibizione di Emily Valentine, in cui comunque scoprii l'importanza di un tubino nero stretch, che poco non è.
La puntata è quella in cui Brenda lascia Dylan.



Analizziamola insieme.
Intanto i Rem di sottofondo, che tutti sanno che solo i Baustelle portano più sfiga a una coppia, e già si intuisce che non è una buona serata. Lui vuole chiaramente pomiciare mentre lei è sconvolta, ha tanti pensieri strani, certo lui quant'è sexy (con quella fronte chilometrica e quelle tredici battute in dieci stagioni) e lei sotto sotto è felice di aver fatto l'amore e di essere quasi rimasta incinta e di essere stata per questo lapidata dai suoi genitori bigottoni provincialoni, ma sente allo stesso tempo di aver "oltrepassato un confine immaginario" perché adesso deve prendere la pillola, andare dal ginecologo, ha l'ansia, pora stella, non se la sente.
Dylan la rassicura, "tu hai solo paura" le dice, l'abbraccia pronto a rimandare la perfetta ammucchiata in macchina perché sta stronza c'ha le paturnie, e lei, invece di ringraziare iddio e la madonna tira la corda, gioca col fuoco, caga fuori dal vasetto.
Crede che sia meglio lasciarsi.
Brenda sei seria? stai a fa na cazzata, lo sai?
Brenda non sa che da lì in poi sarà tutta in salita, che le fans la odieranno per aver sputato nel piatto in cui tutte avremmo voluto mangiare, non sa che la pillola ti fa pure dimagrire se scegli il dosaggio giusto, non sa soprattutto che come ti muovi una Valerie Malone ti fulmina.
L'inetta non sa, eppure agisce.
Come da lì in poi avrei fatto io tutte le volte che mi sono trovata nel panico con un uomo.
Il delirio di onnipotenza di quando qualcuno ti ama nonostante la tua mediocrità (e nonostante un occhio tre centimetri più in basso di un altro) fa dei danni che nemmeno nella finzione si possono recuperare, figuriamoci nella vita reale.
Da lì in poi sarei stata Brenda Walsh, e Lelaina Pierce, e Joey Potter, e Rachel Green, e Carrie Bradshow, reginette dell'autosabotaggio sul piccolo e grande schermo, personaggi che del "vediamo dove arriva" hanno fatto la loro fortuna televisiva, e questo solo e soltanto perché a guardarle c'erano cretine come me, donnette malate di drama, anne karenine del nuovo millennio, mentecatte che non avevano capito che poi, in fondo in fondo, al di là di ogni capacità di autocontrollo, quello su cui puntare non era Dylan.

Era David.

domenica 18 novembre 2012

Via. Stop.

La dieta, i soldi, il sito, la tv, stazzitto, stazzitta, stozzitta, stozzitta?, la farina e il latte, i jeans, il regalo dei 30 anni, le domeniche, i lunedì, whatsapp, le email, la chat, la merda, le notifiche, youtube, le prove dei dolci, lo smalto invernale, il tutorial, le attese, la gente, gli amici, mia madre, i capelli corti, il liveblogging, il wifi, la polenta e il tartufo, il rugby, la vita, i depeche mode, l'ipod, il 62 alla fermata, il museo, i libri, le carte regalo, los angeles e las vegas, la nettezza urbana, gli scatoloni in salotto, la bocca dello stomaco, x factor, sam sparro, roma, milano, napoli, bologna, new york, londra, il punto e a capo, il tempo, i sorrisi, il meteo, le neve a ostia, i lacrimogeni, benedetta parodi, lolita, le sigarette, lo spazio tra le cosce, il ciclo, l'arco della pace, le sopracciglia, i jeggins, il co-working, la vita facile, i sorrisi, le foto, la Caffarella, i lavoratori, il metforal, la candeggina, la soia, i live dei velvet underground, le chiavi di casa, le cene aziendali, fighedomani, le lettere d'amore, i gufi, le colpe, i premi nobel, la finta passione, la vera pietà, l'overload, le luci di natale, ugo mulas, le magliette nere, le dita, il sesso, il caucciù, le fototessera, il blog, il blob, il flop, la teglia da muffin, le borse di tela, i cappotti a uovo, i capelli lunghi, la morte, i buchi delle serrature, gli algoritmi, i tanaliberatutti, il coltello, i profumi, le primarie del piddì, il bianco e il nero, pino pascali, la colla spray, il duemila, pierpaolopasolini, la ragione, le spalle, la spesa, il frigo, la cheesecake, la medicina, il caricabatterie, i post, il pre, le dashboard, la luce pulsata, il dark social, unicorni e dinosauri, il quasi cachemire, i pound, la fretta, il dolce far niente, i torrent, i provvedimenti disciplinari, battaglia navale, i direct messagges, i trasferimenti, le carte scoperte, i 10 euro a testa, la voce di arisa, le cartoline, il mosaico, gli anfibi, la farnesina, il borghetto flaminio, l'opinabilità, le scopate, le braccia tatuate, i figli illegittimi, i libri illeggibili, gli alieni, trastevere, pinterest, i kg, le didascalie, le maschere da sub, la semipermanenza, i ferri da calza, gli "abbassa la voce", il bene, i link, il di più non superfluo, le keywords, la pancia, le tele, la grecia, la stessa minestra, l'islanda, la neve, le retine, il fumo, la vodka e il limone, i sassi sotto i piedi, la bellezza, le parole, il silenzio, il flamenco dancer, il vuoto che esiste ma non va riempito, Leiden, la bici, i costumi da bagno, le polpette, movember, il verde, le risposte, la tranquillità, la lingua, i compleanni, le minigonne, il respiro.
Il respiro.

mercoledì 14 novembre 2012

H

Riesco anche poco a parlare, oltre che a scrivere.
Forse perché riesco poco a riflettere in italiano o in qualsiasi altra lingua codificata.
Reagisco a quello che mi succede con poche, pochissime inquietanti espressioni.
Mh.
Uh.
Ah.
La più usata è di certo una che non saprei come scrivere, forse solo una enorme H, un risucchio di fiato come quando qualcosa vi spaventa all'improvviso, il riflesso involontario di una bocca che si apre e nemmeno un suono che ne esca, solo il respiro, solo il soffio.
Ecco, quel soffio sono io.
Aria, solo aria che esce dal cervello, una vocale al massimo, poche consonanti, che già chiudere la bocca e riaprirla è uno sforzo comunicativo che non vedo come e perché dovrei sostenere.
Niente parole comunque, che non raccontano nulla le parole se quello che devi dire è sempre la stessa cosa, ripetuta miliardi di volte, ormai così conosciuta da non dover essere nemmeno spiegata, nemmeno identificata, nemmeno avvertita, percepita. Ripeti miliardi di volte la parola "casa" e perderà il suo significato, ma ci abiterai comunque ancora dentro.
Ecco, quella "casa" sono io.
Non lo so quanti sono 30 anni per avere a che fare con se stessi, so che quando ne avevo 7 mi sentivo già grandissima e avevo un sacco di vita da ricordare e da poter insegnare e quindi forse 30 sono un bel po' di roba, fatto sta che ultimamente ricordo anche poco, ma quello è istinto all'autoconservazione, ché non è sana la memoria, mette tutto in discussione, tira fuori roba che non serve, che non vuoi, che non hai più, e se non l'hai più dove è finita? Dovrò mica mettermi a cercarla?
E allora metto in mezzo roba nuova, gente nuova, storie nuove, colmo vuoti ancora pieni, li svuoto di noia e li riempio di volontà, di possibilità, tutto mio, niente di condiviso, faccio il lavoro sporco, senza domande e -giammai- risposte. Me la canto e me la suono, a forza di H interpretabili come voglio, a posteriori, tanto la lettera è muta, lo sono anche io.
Sto zitta.
Stozzitta.
Ho voluto la bicicletta, ma io non ci so andare.



mercoledì 7 novembre 2012

Mimetizzami.


Sto provando a scrivere un post da una settimana, prima scrivo delle cazzate sullo shopping, poi scrivo sul fatto che non piango da un mese e mezzo e ho paura di non saperlo più fare, poi scrivo di roba di attualità della quale in fondo non me ne frega nulla, ché lo capite anche da soli che se non so più piangere il problema è grave e serio e va affrontato.
Parto domani, sto 5 giorni fuori, annegherò nella pioggia e nello shopping (il meteo inglese aiuta tantissimo l'organizzazione di un weekend chiusi da Topshop), nel frattempo cerco di capire se sta leggerezza d'animo l'ho finta così bene che mi sono convinta o se ho imparato a ridimensionare tutto, che ecco, a 30 anni, sempre meglio tardi che mai.
Non credo comunque.
Non credo proprio.
Dieci-anni-dieci di attacchi di panico mi hanno fatto pensare che ridere e piangere fossero due azioni identiche, quasi complementari, invece col cazzo, non credeteci mai a queste banalità da maniaci dello sfogo, abituatevi a riconoscere il magone dal mal di pancia per le troppe risate, che il nero e bianco esistono e il grigio sbatte a tutte.
Io, per esempio, ora come ora, voglio solo il camouflage.

 

Fate i bravi, torno presto.




ps: l'aggiornamento dell'ultima ora è sulla mostra di Tim Walker alla Somerset House. Se volete dell'ottima fotografia di moda e siete nei paraggi, andateci.
Un'anticipazione qui.