giovedì 19 dicembre 2013

In caso di pericolo

Ho delle chiavi di una casa nuova, è oggettivamente una figata. 
So già che ci starò bene perché ho imparato a stare bene un po' ovunque e se penso che da ragazzina non volevo dormire a casa di zia Sissi perché avevo paura, insomma sono cresciuta e nella direzione giusta. 
Sono innamorata e tra un po' è Natale. 
L'ho detto più volte ultimamente che sono innamorata, per me va bene se pensate che sia superficiale, magari avete ragione o forse un giorno intraprenderò una mia personale crociata contro il vero amore con la A maiuscola e l'impegno e la costanza e la storia e le fondamenta e il rapporto e tutta quella roba che poi a occhio e croce giustifica, più che la vicinanza, l'allontanamento, e "stanno in crisi? eh, stanno insieme da 15 anni" è una frase che non ha senso, per stare insieme tanto tempo serve voglia e decisioni costanti e perfezione di incastro altrimenti basta, basta, ce l'abbiamo la forza di dire basta? 
Io sì ed è stata la decisione più potente della mia vita, è stato un terremoto e ha messo a posto le cose invece di distruggerle, mi ha reso epicentro di ogni scarica di energia e non parte delle macerie, mai vittima, non una disperata nascosta sotto un tavolo o un muro portante, ammesso che questa sia la procedura in caso di pericolo.
Per esempio, io una procedura in caso di pericolo manco ce l'ho. 
Dai, sul serio, come si fa?
Mi sa che o ti nascondi o ci muori sotto. 
E infatti tutto torna. 



venerdì 13 dicembre 2013

Fame.

Facevo il tempo pieno e mi fermavo a pranzo in mensa, alle elementari. 
Non mangiavo nulla, o quasi, ma non ero inappetente, solo rompicoglioni. 
Spezzavo la rosetta, scartavo il naso al centro, la inzuppavo nel latte freddo senza zucchero, poi ricordo a volte un risotto bianco con le zucchine e un pezzo di tonno che scambiai per spezzatino. 
Uno psicologo qualsiasi direbbe, senza sbagliare, che rifiutavo il cibo della scuola per punire i miei genitori per avermi "abbandonata", invece di tenermi a casa a nutrirmi di nutella, cartoni animati e grattini sulla schiena. 
La sera mamma mi premiava, faceva le fettine panate col purè, o l'arrosto in fette sottilissime, o il pollo alla birra, e la domenica le fettuccine e gli agnolotti al ragù, papà diceva "complimenti alla cuoca!", mi sembrava la cosa più tenera del mondo, probabilmente oggi avrei un rigurgito femminista. Poi i bignè alla crema, ché papà non mangia dolci (quelli e il magnum classico), e a volte il ciambellone con la crosticina di zucchero. Non ne avanzava mai fino alla cena. 
A Enrico facevo la torta con la panna, a Valerio le crostatine, se le portava al lavoro, e io ero giovane e contenta, avevo giornate di cento ore e una gonna di pelle rossa. Invece in montagna con Luca facevo il caramello, nel pentolino, lo mangiavamo tutti divertiti, a pezzetti, e di notte uscivamo a ingoiare i fiocchi di neve con la lingua di fuori e dei piumini inguardabili. 
Nella prima casa da sola era tutto tiramisù con le scaglie di cioccolato fondente, nella seconda cheesecake e risotto, mentre questa che avrò tra tre giorni probabilmente saranno solo noodles della Star gusto pollo e verdure, che mi sembrano una bella metafora del momento. 
Ma ci sarà il sole dalla finestra a sinistra e io sarò seduta sul letto, con le lenzuola scomposte, le gambe nude e una camicia e tu sarai davanti a me, sdraiato con un cuscino storto sotto la testa, fumerai una sigaretta e tenderai la testa verso di me, io capirò che ne vuoi un po', ti imboccherò con le bacchette e ti farò cadere un po' di cibo sul petto, sotto l'ombra del mento, alla base della gola. Mi piegherò su di te, un bacio, lo raccoglierò, poi un altro, un altro, poi solletico, ridacchieremo, spegnerai la sigaretta e madonna, quanta luce.
Madonna, quanta luce. 

domenica 1 dicembre 2013

Almeno.

L'incapacità di gestire i soldi l'ho presa da mio padre.
Il vizio dell'affettato a raggiera sul piatto largo da mia madre.
La concretezza e le sopracciglia sottili da Silvia.
La maturità l'ho presa da Livio, l'impermeabilità sentimentale al tempo da Stella, i "perché" dagli attacchi di panico e dalla professoressa di latino del liceo, le classifiche da Nick Hornby, l'anticlericalismo e quel poco di senso di giustizia non lo so, forse dallo stomaco direttamente.
La mia baby sitter storica mi ha insegnato Contessa e la parola "succulento", mia sorella a leggere, Matteo che succede tutto e che va bene così.
La forma della faccia sarà di una nonna che chissà quale, il modo di piangere è di mamma, l'amore e il sesso mi sa che sono miei.
Alle elementari, o forse all'asilo addirittura, c'era questa bambina povera che abitava nelle baracche dove mi era proibito andare, tra la scuola e il Superemme, si chiama Aurelia, come la via, e la madre era una cicciona con i piedi sporchi che la chiamava gridando con le mani a paletta e noi a casa la prendevamo un po' in giro, bonariamente s'intende, certo, come no. E Aurelia era bianca nella mia testa. Poi c'era il bambino di cui non ricordo il nome, biondino, elegantissimo, la madre gli metteva il minestrone nelle bottigliette vuote del succo di frutta e ai miei piaceva tanto, lui nella mia testa era viola. Poi c'erano gli zingari che mi terrorizzavano, avevo paura che mi attaccassero le malattie: loro mi insegnarono a bestemmiare e il razzismo d'istinto. Gli zingari erano verde scuro.
Mia zia Sissi era verde chiaro, mia zia Luciana era bordeaux, Silvia è sempre stata blu, io senza colore.
Se tutto va bene lunedì prendo una casa, ho Marte favorevole fino a luglio e sempre paura.
Non c'è una chiusa, almeno metto un titolo.

lunedì 25 novembre 2013

Un maalox e sorridere forte

Questo post lo sto dettando al telefono.
Magari se le cose le dico ad alta voce hanno un senso anche nel mondo.
E poi sono stanca.
Lavoro tanto, sono molto concentrata, tanto che tutto il resto diventa evasione e risarcimento, un "semel in anno licet insanire" continuo.
Possibile che per me funzionino solo le bolle, i buchi spazio-temporali, le realtà parallele? Tutto quello che negli ultimi mesi ha avuto più senso, e si è mangiato più energie e aspettative e voglie, è stato sempre, ma guarda un po', qualcosa che avveniva clandestinamente, fortuitamente, istintivamente.
Un rischio emotivo costante, dall'investimento al risultato. Quale poi? A parte scoprire pezzi di me addormentati da anni, capacità di distacco e cinismo pari a quelle di coinvolgimento rapido e sincero, insomma santa madonna, io ci penso tutto il giorno e non devo e qua le chiacchiere stanno a zero.
È che agli uomini io non ero più abituata. Ero abituata a me-con-loro, che è tanto diverso.
Poi ne arriva uno che fa l'effetto di un pavone super colorato e elegantissimo allo zoo il 15 agosto mentre tutti gli animali stanno nascosti nel fondo delle loro gabbiette per il caldo e l'asticella si alza da sola e ditemi chi resiste a questo.
Io no.
Io proprio no.
Adesso dormo, poi domani mi sveglio, lo amo ancora, mi prendo un maalox e sorrido forte.

mercoledì 13 novembre 2013

Volesse il cielo che due estranei vincessero l'estraneità

1.

...dal momento in cui mi hai risposto, ho deciso che tutto quello che mi succede a causa tua ti apparterrà. È-scritto-in-me-ed-è-scritto-in-te. Ogni pensiero, desiderio, passione, timore; ogni creatura, feto o aborto che concepirò a causa tua. È questo il fulcro del mio contratto con te, e solo con te, in virtù del quale rinuncio a ogni tentativo di corteggiamento, rinuncio a censurarmi e, più in generale, al diritto di difendermi...

(Che sollievo scrivere queste parole.)
Ma ecco, ho riletto quello che ho appena scritto.
Come mi piacerebbe scriverti diversamente. Come mi piacerebbe essere uno che scrive in un altro modo. Le mie parole sono così pesanti. In fondo avrebbe potuto anche essere semplicissimo, no? Come quando si chiede "Dimmi, piccino, dove ti fa male?", allora chiuderei gli occhi e scriverei in fretta: volesse il cielo che due estranei vincessero l'estraneità. 
Il principio stesso dell'estraneità, carico di prescrizioni e conseguenze - il vertice del Cremlino, soddisfatto e sazio, che ci si è assestato nelle profondità dell'anima. Come vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un'iniezione di verità per dirla, finalmente, la verità. Sarei felice di poter dire a me stesso "Con lei ho stillato verità". Sì, è questo quello che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anche io lo sarò per te, prometto. Un coltello affilato ma misericordioso - parola tua. Non ricordavo nemmeno che fosse lecita. Un suono così delicato e ovattato. Una parola senza pelle (se la si ripete più volte a voce alta ci si può sentire come terra riarsa, e non è facile il momento in cui l'acqua s'infiltra fra le crepe). Sei stanca, mi obbligo a dirti buonanotte.


(D. Grossman, Che tu sia per me il coltello)


2.


- Perchè sei arrabbiata?

- Ho avuto una scenata tremenda con mio marito. Ieri. Era San Valentino, e una scenata è inevitabile. Qualcuno gli ha detto che lui non è il marito giusto per me perché a me piace essere viziata, e io naturalmente mi sono molto indignata...anche se qualche volta mi viene il sospetto che sia vero. 
- Be', forse è stato perché era San Valentino, ma io mi sono svegliato nel cuore della notte e avevo l'incredibile sensazione che tu mi tenessi una mano sul cazzo. Adesso che ci penso, magari era la mia, di mano. Ma no, no...era la tua.
- Non era la mano di nessuno. È stato un sogno.
- Già, un sogno che si intitola "Buon San Valentino". Di', com'è che mi sono preso questa cotta tremenda per te?
- Sarà perché passi tutto il giorno in questa stanza. Te ne stai qua dentro e non hai nessuna nuova esperienza.
- Ho te.
- Io non sono niente di speciale.
- Oh, sì, invece. Tu sei adorabile. 

(...)


No, con te era tutto nuovo, così nuovo che in realtà ero ipnotizzata da me stessa. Eccomi nei weekend, ancora rannicchiata nel mio pigiama Doctor Dentons sotto le coperte nella mia camera da letto a Bedford, con le stesse ballerine nello stesso stipo da quando avevo dieci anni, e poi, il lunedì pomeriggio, totale abbandono sopra un anonimo letto in un'anonima stanza a un anonimo piano di un anonimo Hilton. Era così intimo da farmi girare la testa: l'unica cosa familiare in tutto l'hotel era la nostra carne. In un certo senso lo si potrebbe chiamare training di base. E mi faceva paura, eccome. Per mesi ho sofferto d'insonnia. Quando usavi la parola "amore" mi venivano delle terribili gastriti. Ma era eccitante, d'accordo. L'amante che mi ascoltava, paterno. Un disilluso che si interessava a un'innocente: situazione altamente educativa. Perlomeno in quell'Hilton nessuno aveva pratica di omicidio.

- Ti innamoravi di quelli che ti sparavano al cuore.
- Già, mercanti di sesso, fondamentalmente. La gang della libidine. Non riuscivo a resistergli. Non sapevo come flirtare con loro. Non sapevo come trattarli, in genere. È un argomento che abbiamo dimenticato di trattare in quel seminario. E, naturalmente, ero come l'erba matta per quelli che mi volevano e che io non volevo. Quello che mi faceva impazzire era il fatto che c'era sempre qualcuno che mi correva dietro appassionatamente, mi telefonava, mi inseguiva, mi inondava di inviti; e quindi, capisci, fondamentalmente mi soffocava. E nello stesso tempo c'era l'amante assente, quello che se n'era andato e se ne fregava, oppure faceva con me un sacco di giochetti e io ci impazzivo un pochino, davo i numeri. Capita. All'inizio andava tutto bene, ma l'errore è stato che la cosa si è ripetuta ancora e ancora e ancora, e non sembrava che riuscissi a venirne fuori. 
Questa è stata la mia nemesi. Questo è stato tutto.
- Non hai mai avuto relazioni che non fossero così pesanti, che fossero piacevoli e basta?
- Più o meno.
- E come sono andate a finire?
- Mi annoiavano.


(P. Roth, Inganno)





domenica 3 novembre 2013

Copriti

"Non è tanto scopare, è che sentirsi piena dentro nella pancia fa sentire caldo in testa"
(Natalia Cavalli)

Non scrivo praticamente più, in compenso mi faccio pungere dalle zanzare in faccia come i neonati.
Non scrivo più perché parlo molto e perché mi avete fatto venire le ansie su quello che scrivo e come lo scrivo e a chi soprattutto e a quale fetta della mia vera vita sto togliendo materiale prezioso da esclusiva, roba che invece di essere regalata alla massa coi forconi dei simpson, dovrebbe essere impacchettata e conservata per chi poi non lo so.
Il problema è che io ho sempre pensato e fatto così, che chi ti vuole ti prende, anche se scivoli, anche se pesi, anche se deve fare due viaggi.
Ho tantissima voglia di qualcuno che mi costringa a fare l'amore, ho bisogno che sia emozione e non solo desiderio, voglio una carezza tra gli schiaffi sul culo, voglio la stima e l'interesse e non so se sono più in grado. Forse ho troppa gente intorno, non rinuncio a nulla, esco tanto, vivo troppo. Sono stanca.
Invitami al cinema, mi faccio carina, salgo in macchina, mi guardi e ridiamo, andiamo a mangiare, vediamo un film, ti guardo al buio e sei bluastro e a metà, sei carino, non vedo l'ora di rifarlo.
Non succede da troppo e non esistono candidati, ma solo sfide. L'ho voluto io? questa competizione, questa voglia di smascherarmi e scoprire dietro la facciata (quale poi?) la vera me, come se non fosse già abbastanza difficile. Secondo voi "Ve lo cago che sono un'artista?".
Che c'è da capire di me? se è tutto vero? più di così? me ne vado in giro con lo stomaco aperto, basterebbe infilarci la mano dentro se solo voleste, invece tutti a dirmi "copriti". Copriti.
L'ho scelto io di stare nuda, di non fare media con nessuno, di essere brutta e meravigliosa, di essere migliore in partenza e di lasciarmi guardare mentre faccio schifo. Lo faccio adesso, una volta di più.
Copriti. Si fa presto a dire copriti.
Tutti a rompere il cazzo e nessuno che prenda un plaid.
E è pure arrivato il freddo.

giovedì 24 ottobre 2013

Drogati. Imperativo.

C'è questa cosa orribile dell'ambiguità, che è eccitante e distruttiva allo stesso tempo eppure ci siamo tutti invischiati fino al midollo, fino alle bugie, fino alla negazione.
Io ad esempio nell'ambiguità ci sguazzo, perché la trasparenza che mi viene così facile che la regalo a chiunque - fin troppa, siamo d'accordo - credo e spero sempre mi salvi da qualsiasi accusa di profumeria, di personaggismo, di fiction fine a se stessa, e allora volentieri mi infilo in rebus da risolvere e sono diventata così brava che li creo, li alimento, li interpreto con una certa disinvoltura e risultati soddisfacenti.
Poi voglio anche occhi e corpi addosso, e questo non aiuta.
Mi convinco che vivere di forti emozioni, autoassolvendosi, rischiando di sentirsi spesso in una puntata di un telefilm, spostando ogni volta il limite di cosa è possibile fare e ricevere, accettando che "fidanzato" o "appena conosciuto" o dio solo sa cos'altro, siano espressioni a cui poter cambiare il significato di tanto in tanto, che suvvia la coerenza a volte è solo ottusità, e seguire il flusso è l'unica cosa giusta da fare e sentire le cose e volere le cose e prendersele dio santo, le cose, è quello per cui ha senso stare qui e non starci soli.
Allora mi gioco tutto, vado fino in fondo, forzo lucchetti e metto alla prova, divento sfrontata e molto diretta, chiedo di felicità e letti altrui, traggo conclusioni, regalo verità. Non mi fermo mai dove dovrei.
E loro mi vengono dietro, così poi è colpa mia, loro poveri, al massimo mi hanno assecondata.
Qua il problema è solo uno: che l'intimità è eroina e l'opportunità è metadone e se sei una tossica come me, la tua scelta l'hai già fatta.

mercoledì 16 ottobre 2013

Quello che sento.

Mica sono tutte come te.
Un'intelligenza superiore.
Ma i capelli stanno così da soli? che meraviglia.
Hai sempre delle collane fantastiche.
Ti piacciono le persone, chiavare, sei disponibile, bella, sexy, coinvolgente.
La ragazza dei social.
Fossero tutte come te.
Che forza Dani, che pezzo che hai scritto.
Questa è la dimostrazione che ti sposti ma non ti perdi.
Che occhi.
Lo sai che tutti quelli che ti conoscono si innamorano di te?
Genio.
Tu devi scrivere.
Pensavo molto più giovane.
Mica sei stonata.
Ma come fai?
Guarda come scrivi veloce, io sono lentissimo.
Tu sei una che fa girare il mondo, no?
Ma che c'hai la calamita?
Occhio. Sei vicina a una proposta di matrimonio.
Bella de mamma.
Sei dimagrita.
Sei bellissima.
Se fai così io mi innamoro.
Mi turbi.
Sei così preparata.
Tu sei diversa.
Bel cappotto.
Non voglio figli perché non verrebbero mai come te.


In mezzo io, se non sbaglio da sola.
No, non sbaglio.




martedì 15 ottobre 2013

Sei vivo ma non si sa. Abbiamo le prove.

C'è Abbiamo le prove, questa "rivistina", come la chiama sua madre Violetta Bellocchio, che pubblica "solo storie vere, una donna alla volta".
In questa rivistina oggi c'è un mio pezzo, con tutto il carico di ansia da prestazione che la cosa comporta. Ve lo copio qui sotto, ma solo un pezzo, così lo leggete di là, ché la cosa bella è curiosare tra i racconti delle altre e perdersi un po' tra le vite vere veramente delle autrici, che sono bravissime.
Io che sono piccola, posso solo dire grazie alla padrona di casa e a tutti quelli che mi hanno scritto oggi per sapere lui adesso come sta.
Sono giorni in cui non credo molto alla virtualità della rete, e soffro molto la distanza fisica dalle persone che amo, quindi insomma, abbracciatemi. Lo sento, funziona.
Il pezzo si chiama


Sei vivo ma non si sa


Ho capito a cosa servono i telefoni fissi.
Certe notizie hanno bisogno di uno squillo normale, di una cornetta da alzare. Tu non suoni nemmeno, ho la vibrazione, ancora peggio.
Rispondo, non è chi dovrebbe essere, è un amico comune che si aspetta di trovarmi in lacrime, distrutta, invece non so nulla. Hai avuto un incidente in motorino, all’altezza di Caracalla, ti sei rotto tutto, sei in coma farmacologico, sei vivo ma non si sa.
Sei vivo, ma non si sa.
Ragiono sull’inconsistenza della frase, intanto lentamente, mi preparo a impazzire.


Caracalla, mille altre volte. Quella sera in moto prima che te la rubassero come tutti gli altri tuoi mezzi di locomozione, tu che corri e mi prendi in giro sotto il casco integrale, io che mi cago sotto con il casco viola di barbie. Mi annodi le mani davanti a te, ma ho le braccia corte e mica è facile.




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mercoledì 9 ottobre 2013

Francamente uno spreco

C'era questa cosa che facevo nella vecchia casa con i miei genitori, però mi sembra di ricordare me piccola e mia sorella grande, quindi deve esserci un errore. Mamma aveva voluto mettere un armadio a sei ante e doppia altezza nella nostra stanza, io avrei voluto la loro camera, per mettere il letto nella nicchia e la cabina telefonica (rimediata non si sa come) con l'attaccapanni dentro, così chi entrava si sarebbe cambiato tipo Superman. Desideri da diciassettenne che ha dormito sempre in un divano letto con le reti di ferro.
La stanza era così: porta, entravi, alla destra c'era la libreria con un sacco di merda che leggevo da adolescente (tipo Oceano mare o Pirandello, che sì ok), lo stereo, poi la scrivania col computer e l'armadio e a sinistra i letti, mio e di Silvia, e poi i comodini e la porta-finestra che dava sul balconcino, che ancora mi ricordo che ci ho fatto l'amore con Enrico per terra, quando la casa era vuotissima e il pavimento era bianco e pensavo davvero che avrei avuto e curato delle piante.
Io. Le piante.
Silvia stava spesso al computer, lei e il suo ragazzo masterizzavano le compilation dei cd, nelle mie c'era sempre Stay di Lisa Loeb e Aeroplane dei Red Hot Chili Peppers, che restano, rispettivamente, una delle mie canzoni preferite in quanto Ost di uno dei miei film preferiti e una canzone di cui me ne sbatte davvero davvero pochissimo il cazzo.
Insomma lei era seduta al pc la sera, si navigava solo dopo le dieci, e io ero in piedi accanto a lei a fare rewind e play, rewind e play, rewind e play di sempre la stessa canzone che volevo ascoltare in loop, vagamente ossessiva, oppure a cercarla in radio, e se la trovavo iniziata o quasi finita da una parte non sapevo mai se fermarmi e ascoltare o continuare. Tutto questo in piedi, per ore.
Incredibile.
Poi ho avuto delle cuffie comode, con gli auricolari comodi, allora la ricerca la facevo direttamente a letto, al buio, con le stelline luminose di carta adesiva dei cinesi attaccate sul soffitto, la pancia in su e le gambe piegate e quando la trovavo alzavo a cannone e la cantavo in muto e Silvia smadonnava perché facevo comunque rumore con la bocca e il respiro.
Allora ho imparato a fare pianissimo. Cosa che mi è servita per tutte le volte che mi sono masturbata nel letto, mentre lei dormiva a due metri da me, o che ho finto di non essere in casa mentre in salotto mamma era con della gente che non volevo vedere.
Altre cose:
Una volta ho comprato un completo intimo color carta da zucchero, il reggiseno si apriva davanti e gli slip avevano un gancio laterale tipo Port Cros, era davvero pratico nel periodo in cui facevo sesso clandestino in posti clandestini, adesso il reggiseno ad apertura frontale me lo metto per la ginecologa, se fa freddo e non voglio togliermi la camicia.
Sono così stanca ultimamente che sbaglio le H. Ho scritto "quest'hanno" ieri in un messaggio, ho ringraziato dio che non esistesse più la chat di msn (?) (icq?) quella in cui potevi vedere cosa stava scrivendo quello con cui ti scrivevi mentre lo scriveva, cosa cancellava, i ripensamenti, gli errori, la costruzione della frase. Roba da prendere il programmatore o come si chiama e coprirgli le palle di azoto liquido.
Tutto quello che faccio dalle 23 in poi serve a ingannare una sottile e molto fastidiosa sensazione di vuoto data dal fatto che vorrei qualcuno con cui stare nuda in un letto a raccontare dei viaggi fatti da ragazzina e del primo esame all'università e dei cugini da piccoli e non so, magari qualcosa di più intimo che un po' ti commuovi.
Ho dei capelli molto morbidi che nessuno sta accarezzando.
Francamente mi sembra uno spreco.



martedì 1 ottobre 2013

Titoli per una buona indicizzazione, alle 02 e 44, chi li ha?

Da sempre quando guardo qualcuno cadere nell'ilarità generale, penso che io farei finta di sbattere la testa e svenire, così almeno sti stronzi si preoccuperebbero, invece di prendere in giro.
C'è questa necessità di uscire sempre pulita dalle situazioni, che poi a parlarne per anni si fa sempre in tempo e io che me la porto dietro a fare sta memoria da elefante se non per snocciolare carrellate di "e io ho detto...e lui ha detto...", e datemi il super potere di non leggere mai mai mai mai e poi mai nel pensiero altrui, che la noia deve essere proprio brutta da guardare.
"Sei 'na tossica di attenzioni" mi dicono. Grazie al cazzo dico io. Poi dico smettila daniela, poi dico ma è normale, poi mi dicono che non sono in condizioni adesso di fare bilanci emotivi, allora mi dico che sono il mio eroe e che minchia davvero, sono ancora in piedi truccata e con i capelli puliti, nemmeno un giorno di malattia, nemmeno un vaffanculo a mia madre.
Non riesco a leggere, né a dormire, mangio come una sedicenne di Non credevo di essere incinta, ma sono tranquilla, ché non faccio sesso da un mese e l'ultima volta dovrei dimenticarmela per il bene di tutti, per quanto la grandezza del pene inizia a essere fondamentale per me e mi rifiuto di accontentarmi, perché io valgo.
Vorrei, nell'ordine:
capelli lunghi da tirare fuori dal collo dei maglioncini, un iphone nuovo, un pacchetto office, un computer leggero, una casa, fare l'amore di domenica pomeriggio, andare a milano, andare a londra, delle stringate come le mie marroni con un onesto tacco 9 ma nere, occhiali da vista nuovi, licenziarmi, che arrivi venerdì in fretta, che arrivi sabato lentamente, ritrovare l'orologio, delle dita tra le gambe che non siano le mie, la vodka in freezer, disciplina, forza d'animo, tempo e voglia per la rassegna stampa del mattino, un account nuovo di spotify, una gonna nera che prenda il posto dell'altra ridotta a brandelli, tantissimi film al cinema, un giardinetto, tornare a correre, guidare senza paura, una macchina per farlo.
Chi troppo vuole nulla stringe.
Che da piccola credevo fosse Chi troppo vuole nun la stringe.
Poi ho letto tanti libri e ho capito.
Una volta, per dire, ho letto un Baricco in un pomeriggio.

giovedì 26 settembre 2013

Tender is the night lying by your side

Se esiste qualcuno in grado di abbracciarmi come serve, arrivi ora o taccia per sempre, che a per sempre io non ci arrivo se non si sbriga e morire di crepacuore e di respiri troppo lunghi e di singhiozzi non era nei miei piani, almeno per ora, ma di piani io del resto non ne ho più, quindi è un'eventualità che giammai mi sento di escludere.
Il coma, ho scoperto, fa preoccupare più di qualsiasi altra cosa al mondo anche se è indotto perché io finché non mi hai parlato ho smesso di respirare e non lo so, credevo che avrei ricominciato in maniera piuttosto spontanea invece no, è un processo lento e molto meccanico, molto petto su e giù, molto ossigeno al cervello e riprendiamo le funzioni vitali, ché serve a tutti e ora non posso davvero crollare, forse verso aprile o maggio sì, adesso no.
E nel frattempo non solo galleggiare ma nuotare contro corrente, fare surf, tenersi in equilibrio sulla tavola contro lo tsunami giapponese e intanto non c'è immagine migliore nella mia testa del silenzio che c'è sott'acqua, fosse anche mentre stai affogando, quel silenzio, la luce da sopra, tutto bagnato, niente da salvare. O si va giù, o si torna su. Non ci sono alternative.
Basta arrancare, basta dai. Arrancare è francamente brutto.
E vorrei che fossi qui stasera che altre volte ha funzionato, vorrei che fossi mio.
Il coma, ho scoperto, ti abbassa le spalle, e lo sono proprio, più bassa e più bianca e gli occhi non è un'impressione dovuta al poco sonno, gli occhi davvero sono più grandi, così quando piango mi si riempie sta mezza faccia di lacrime e dimmi cosa devo volere di più di quando a Rimini abbiamo cantato tutti quanti sudati Tender ognuno per cazzi suoi come se dovessimo tutti far pace con qualcosa e chiedere un attimo di respiro, fradici di stanchezza e di felicità, nel posto giusto con l'aria giusta nella gola, a usarla nell'unico modo che adesso mi farebbe trovare la forza di tirarla fuori.
E non per questi micro sospiri mediocri di paura.
Braccia alzate, gambe aperte, sufficiente alcol in corpo, occhi chiusi e

Oh my baby,
oh my baby,
oh why,
oh my.





giovedì 19 settembre 2013

Parliamo di sesso. Prendete appunti.

Parlo spesso di sesso, mia sorella dice che ne parlo quanto una fashion blogger parla di smalti, il che è abbastanza preoccupante.
Parlo spesso del "mio" sesso, di quello che faccio o non faccio, di quello che non ho fatto e farei e racconto un sacco di storie che mi vedono nuda protagonista nuda senza pudore e senza pietà.
Non esiste un modo di parlare di sesso senza scatenare quel friccicorino pecoreccio in chi ti legge, e da quando esiste la piaga sociale dell'attention whore vi vedo che siete tutti lì ad aspettare che si intraveda in lontananza un accenno di tette dall'autoscatto.
Non c'è modo di essere liberi, non ci disferemo mai dalla vostra vergognetta moralista del sesso e del corpo, nemmeno ora che le barbare d'urso dicono "cazzo" in tv.
Quindi, poichè questo blog ha come unica ragion d'essere quella di liberarsi di pesi e sassolini e spandere verità nelle case degli italiani, io direi

Top 5 delle aberrazioni problematiche sessuali più comuni:
come starci dentro e come uscirne
1- Lui puzza: mi rifiuto di credere che ci siano donne che non si lavano, nel mio mondo fatato la coda del terzo giorno non salva i capelli dal senso di colpa dello shampoo mancato, quindi mi concentrerò sui casi in cui è lui, quello ad avere una scarsa igiene personale. Se lui puzza scappate a gambe levate, non si può fare nulla, può avere un pene rabdomante con un doppio spinotto di ebano, ma se puzza non si va avanti, non funziona, crolla tutto. Il pene d'ebano è sprecato. Proponete una volta, una sola, di fare la doccia insieme, se capisce è ok, altrimenti è un NO.
2- La cilecca: a.k.a. "amore ti giuro è la prima volta che mi succede". Qua le chiacchiere stanno a zero, raccontiamoci pure che forse si era masturbato prima, forse era troppo emozionato, che è stato bellissimo lo stesso, in realtà ci sono solo due reazioni possibili:
A) se ci andava di farlo o lui è un maledetto criptoimpotente che meriterebbe le corna (per quelle sicure di noi) o noi siamo dei cessi incapaci di tenere dritto qualcosa senza l'ausilio di un bastone e fil di ferro come si fa con il ficus benjamin in terrazza.
B) se non ci andava di farlo dio lo benedica, via il dente, via il dolore, la prossima volta si sentirà così in difetto che il sesso orale durerà il doppio. Il benessere della coppia è salvo e buonanotte a tutti.
3- L'eiaculazione precoce: crolla anche l'ultimo tabù, oggi ero a Radio Rock a chiacchierare di sesso e seguivamo su twitter l'hashtag #1su5, di una campagna di sensibilizzazione sul tema. Gli ascoltatori hanno raccontato di stiramenti di piedi per ritardare l'orgasmo, di gente che si infligge dolore fisico, di nonne nelle bare ricordate subito prima del godimento e io non ci voglio pensare che l'alternativa a uno che dura tre minuti sia uno che pensa alla madre il giorno dell'incidente. Mi viene la tristezza e non me lo merito. Fatevi un giro per i tweet che di oggi e scoprirete un mondo di uomini concentrati sulla tabellina del 7.
4- Il muto: ho fatto sesso con uno una volta talmente muto che potevo sentire i rumori dei lavori nel palazzo davanti. Non fate battute su seghe e martelli che non ce n'è. Non potete stare zitti, amici, non si fa. Non dico di buttarvi sulle migliori sceneggiature del porno (una volta ho fatto sesso con un altro così fissato col porno che veniva in inglese), ma esistono delle parole e delle parolacce necessarie a far sì che ci si diverta, non abbiate paura di usarle, che in quel contesto va tutto bene e nessuna si metterà a piangere se la chiamate troia.
5- Il millantatore: brutta malattia dei nostri tempi, dove a volte il desiderio sessuale nasce e cresce nei messaggi privati di FB o su Whatsapp. Quelli "te pijo e te rivolto" di solito nel live non funzionano. La naturale predisposizione delle donne all'illusione e la convinta convinzione che con un po' di pazienza gli faremo capire cosa ci piace sono il terreno fertile per la prolificazione di germi del genere. Poi, vabbè, le donne sono uguali, che a sentire le amiche sanno fare tutte dei pompini pazzeschi e a sentire gli amici non ce n'è una che non gli lasci il solco con i denti (quello che qualche saggio chiama "effetto rigatone"). Siate sinceri voi in chat e noi lo saremo con voi durante il rapporto, mi sembra uno scambio equo e un bel passo verso la fine della fantascienza. L'orgasmo vaginale non esiste e voi non avete davvero quei 24 cm, lo sappiamo entrambi.
La top 5 è chiaramente di cinque, ma già solo scrivendo il post, con un amico ne sono usciti fuori altri mille (quello che piange, il prestazionale che si guarda allo specchio, quella che non pratica la fellatio, ecc).
Tirateli fuori, nel vostro completo anonimato.
Invece se volete fare i loro nomi, è servizio pubblico e dio ve ne renderà merito.
Grazie.




lunedì 16 settembre 2013

In caso di pioggia

Stanotte alle 4 ero in piedi davanti alla porta finestra della camera da letto a guardare Via Tiburtina che si allagava.
Credo di non essere stata mai così sola e così felice in tutta la mia vita, nemmeno la prima volta che i miei sono partiti e ho avuto la casa tutta per me, anche perché i miei non partivano mai.
Non vivevo in un posto con abbastanza niente davanti da un sacco di tempo: prima c'è stato il seminterrato a San Giovanni, che ho odiato per le blatte e amato per le cene, ma la mia finestra dava sul motorino di Alberto e la scritta "non votare" sul muro del palazzo davanti, non una particolare vista, certo.
Quando sono arrivata in quella casa, equidistanti dal portone c'erano un forno con la pizza bianca più buona di Roma e una videoteca, mi sarebbe bastata una libreria al centro e avrei avuto tutto quello che mi serviva.
Poi dopo anni e molte liti, screzi da ragazzini in sfogo di aggressività che forse si annoiano o fanno poco sport, ho cambiato casa e prospettiva.
Dal seminterrato al terzo piano, dalla videoteca al Chiostro del Bramante. I miei vicini dirimpettai non c'erano mai, tenevano le finestre sempre chiuse, il che ci aveva convinti a non mettere tende, che anche girare nudi non era un dramma e fare l'amore sul divano in soggiorno, anche se poi, vabbè. Quelli del secondo piano invece c'erano sempre. Mamma, papà, bambino maschio e bambina femmina, ricchi, un tappeto colorato come un quadro di Boetti, la pizza il giovedì cascasse il mondo, le feste di compleanno con i palloncini viola. L'unica bambina non su un catalogo di moda, che indossasse davvero un tutù di tulle l'ho vista in quella casa, dalla finestra. Erano bellissimi, forse un pelino artificiosi, ma sicuramente mi sbaglio.
Stanotte niente famiglie, niente videoteche, davanti alla mia finestra, partendo dal basso, c'erano un giardinetto, dei lavori in corso, la corsia di macchine che va verso destra, quella che va verso sinistra, un bar chiuso, un negozio di ottica chiuso, un ristorante cinese chiuso, una radio così chiusa che secondo me nemmeno esiste.
Sono stata in piedi a fissare le pozze d'acqua ingrossarsi e la pioggia incessante (la pioggia è sempre battente o incessante, fatevene una ragione) per mezz'ora e non è passato nessuno. Tutto buio. Solo lampioni e gli scrosci (ah la pioggia è anche scrosciante) strattonati dal vento.
Parlavo da sola, tanta la gioia, mi concedevo quelle esclamazioni che davanti agli altri ti fanno sembrare cretina, o una bambina ricca col tutù.
Oggi vado a vedere la probabile quinta casa della mia vita.
Ho capito che mi serve una vista, una qualunque, in caso di pioggia.

sabato 14 settembre 2013

Top 5: Le cose giuste da dire e altre cose abbastanza medie.

Mica dormo più.
Secondo me perché nessuno mi porta a dormire, nessuno che all'una mi dica "oh io mi lavo i denti e dormo" e quindi magari anche io.
Così si crea la quotidianità, per buon senso, affetto e vabbè a sto punto ok.
Se non c'è nessuno le 3 di notte diventano come quelle del pomeriggio e maledetto Twitter, c'è sempre qualcuno sveglio e si può sempre parlare parlare parlare e postare musica e vedere la tv e mangiare una, due, sei caramelle Rossana che si attaccano al lavoro del mio dentista.
Dovrei trasferirmi in un dormitorio col coprifuoco.
In America gli amici si baciano sulla bocca o succede solo al cinema e in tv? Jenny di Forrest Gump (un giorno vi racconto di quanto odi Forrest Gump), se non sbaglio, bacia sulle labbra il Tenente zoppo quando si incontrano al matrimonio, e Dylan e Donna di Beverly Hills 90210 a Natale si fanno gli auguri così.
Noi no.
I Russi sì.
Noi no, se baci un amico lui pensa che tu voglia scopare ed è del tutto irrilevante che tu voglia davvero farlo, perché tra amici non si scopa in Italia, tra amici ci si vuole solo il bene degli angeli. Però poi il pisello un po' ti tira.
Sono andata a vedere una casa nuova, ma era una casa vecchia e allora niente.
Non vado al cinema da un decennio, da precisamente 20 giorni e credo sia arrivato il momento di parlare di tutte quelle cose che se le dici alla gente piaci, ché io modestamente sono maestra e un sacco di estranei mi stanno dicendo che tutti mi amano, ma credo sia gente che conoscono solo loro, del resto gli amici dei miei estranei sono miei estranei.

Top 5 delle cose giuste da dire, così, estemporanea:
- VADO AL CINEMA DUE VOLTE ALLA SETTIMANA.
Bravissimo, il cinema è arte, è dibattito, non come noi stronzi davanti a Realtime. Peccato che nessuno vada al cinema due volte alla settimana, nemmeno quelli che ci lavorano, perché costa un sacco e francamente bisogna uscire, vestirsi, mettersi le scarpe, decidere se primo spettacolo e si mangia dopo o secondo spettacolo e si mangia prima, controllare l'orario su Trovacinema e insomma un sacco di cazzi, me lo scarico e lo vedo a casa o aspetto che lo facciano su Sky. Ma se lo dite alle cene tutti contenti e oooh.
- SE DIVENTO UNA DI QUELLE MADRI, UCCIDIMI.
Lo dicono tutte durante la gravidanza. Già assurdo fidarsi di chi sceglie di riprodursi, è gente che non sa riflettere, che agisce di impulso, che viene dentro, figuriamoci se sono capaci di considerazioni a lungo termine come la trasformazione del carattere, il monitoraggio della personalità. Nessuna vuole diventare come la collega dell'ufficio che parla della cacca del pupo che stamattina era verdolina, eppure sono circondata da adulti che mi chiamano "zia", in vece di mute creature adorabili che prima capiscono il bello di andare a studiare all'estero e meglio è.
- L'HO VISTA A NEW YORK.
Qualsiasi cosa sia. Una mostra, un'attrice, un libro in vetrina, una moda, una stronza puttana che stava in quarto ginnasio nella classe accanto, una macchina, una borsa, qualsiasi sia l'oggetto della frase, se l'avete vista a New York fa tutto un altro effetto.
Parliamoci chiaro: un film è uguale, sia se lo vedi all'Intrastevere sia se te lo proietta in casa il regista massaggiandoti le spalle. Quello è, il film, che cazzo di valore aggiunto sarebbe New York? Però provate a dirlo e sarete avvolti da un'aura di autorevolezza internazionale e sembrerete più interessanti, quasi ebrei.
- MI SVEGLIO PRESTISSIMO ANCHE NEL WEEKEND
Per me siete malati, ma al grido di "che bella la tranquillità della domenica mattina, che bello avere il tempo di fare tutto con calma" conquisterete l'uditorio. Vi si immagina immediatamente come Csaba, a raccogliere lavanda nel bosco fuori casa o come Hemingway a pesca, pieni di cose da fare, con un sorriso beato e serenità sparsa ovunque, voi che del Take yor time avete fatto una ragione di vita e evidentemente non vi invitano alle feste. Io torno alle 4, non mi strucco, la mattina dopo faccio cagare e comunque lavoro. E durante la settimana c'è quella storia lì del non dormire, vedi sopra.
- LA CRISI NON ESISTE DAVVERO
L'ho detta a una cena l'altra sera, ha funzionato, ci ho creduto pure io. Il senso è: la crisi esiste per quelli che devono fare un lavoro, per quelli che devono produrre lavoro, inventarselo, crearlo per gli altri, non esisterà mai. Una frase da stronzi così mai nella vita, lo so. Presuppone due condizioni:
A) che quello a cui lo state dicendo faccia parte dei buoni, e in quel caso è una frase di augurio, della serie "vedrai, sei troppo sveglio per stare fermo con le mani nelle mani";
B) che quello a cui lo state dicendo sia un coglione, e in quel caso state approfittando della vostra superiorità intellettuale e voglio dire, non c'è bisogno di essere cattivi e infierire sul cadavere, usate quella del cinema due volte alla settimana e vincerete ugualmente.
Con quella di New York poi vabbè, proprio lo stracciate.

mercoledì 11 settembre 2013

Tema: IL MIO PRIMO CONCERTO. Svolgimento:


Quando Bastonate chiama io ripondo.
Con quella punta di orgoglio di far parte del giro giusto di quelli che scrivono bene, e un po' di paura perché io @disappunto lo leggo come si legge Joyce, che tu speri di capirci qualcosa, ma c'è tanta di quella roba dietro che non saprò mai, roba di dischi e culture musicali negate a noi bambine col cuscino di Eros Ramazzotti (true story).
Ci provo lo stesso.
Il tema è il primo concerto e io già sto in crisi.
Ho avuto diversi primi concerti nella mia vita.
Il primo con i miei, a sentire Ivan Graziani alla Festa dell'Unità (quando ancora esistevano entrambi) (non i miei, Graziani e la Festa dell'Unità) (i miei tutto a posto, grazie) durante il quale, seduta comoda sulle spalle di papà ho ciucciato il liquido di una collanina fluorescente dando vita all'aneddoto "Daniela con la lingua come Hulk" che ancora mi perseguita ogni natale.
Il secondo, ma primo concerto degno di questo nome, sempre con i miei, al Circo Massimo, a sentire Antonello Venditti gratis, non ricordo l'anno, l'internet dice che era il 1984 ma sembra strano, i ricordi sono troppo vividi per pensare di aver avuto due anni, quindi aiutatemi a ricostruire. Ti ricordi quella strada, eravamo io e te, e la gente che correva, e gridava insieme a noi, e tutto quel che voglio, pensavo, è solamente amore e la più profonda gratitudine verso dei genitori che ti fanno trovare musica del genere nelle cassettine dell'autoradio e un premio speciale a papà che mi portò a pisciare tra due macchine tenendomi sollevata come un capretto giusto a due canzoni dalla fine, perdendosi (perdendoci) il meglio.
Il terzo concerto, che è quello che racconterò, ha aperto una stagione gloriosissima che è terminata quando Renato Zero si è definitivamente rincoglionito, ma qui si parla del 1993, avevo undici anni e il disco era Quando non sei più di nessuno, che ha regalato perle come Casal dè pazzi (ai confini di un mondo dove i poeti non crescono più) o Oltre ogni limite (sentirti respirare in me, avverto un brivido, sei come un vento che non c'è), roba che non mi sento di rivendicare se non affettivamente parlando, ma se la becco alla radio ancora godo parecchio.
I concerti di Renato Zero a casa mia, data la genitrice sorcina che da regazzina faceva sega a scuola e andava a ballare al Piper con i Collettini e i Collettoni, erano vissuti come una specie di rito di iniziazione, un momento della crescita irrinunciabile e di profonda unione familiare.
Io, mamma e Silvia, Stadio Flaminio, fascetta d'ordinanza che è stata conservata fino a davvero pochi anni fa, bottigliette d'acqua con tappi di scorta perché negli stadi già li sequestravano all'entrata e il super trick di avvolgere la macchina fotografica nella carta stagnola come fosse un panino, così da poter fotografare la qualunque e andare il giorno dopo a sviluppare il rullino (la parte migliore era comunque sistemare le foto in ordine di grandezza di Renato nell'album con le bustine trasparenti appiccicose). Si stava sotto il palco, che si doveva ballare e stare in mezzo alla gente, e fatti quei venti minuti di conto alla rovescia in cui ha senso urlare "zero" alla fine, usciva lui.
Baraccone come pochi, commosso come una nonna, nel '93 ancora abbastanza magro ma già piastrato, con una voce della madonna che, spiace dirlo, non avrà mai più.
Iniziava con La favola mia e finiva con Più su, in mezzo c'erano le mie preferite di sempre (Inventi, Spiagge e Morire qui) (dai Morire qui ascoltatela) e soprattutto io cantavo, cantavo come mi sa che non ho mai più fatto nella vita. Ero piccola, c'era della gente assurda intorno, che insomma il pubblico di Renato Zero non è proprio il più raffinato di tutti, ma una stronzo che mi prendesse in braccio per farmelo vedere mentre si dimenava sul palco con il frac si trovava sempre. Renato chiacchierava un sacco durante il concerto, diceva cose che a risentirle oggi mi vergogno anche un po', ma all'epoca mi sembrava incredibilmente saggio, e forse la mia fissa di ossessionarmi sulle frasi delle canzoni è iniziata lì.
Nel senso:
"Vivo, il mio alibi è che vivo"
se non è la mia bio più perfetta di sempre io non so davvero dove andare a cercare.
Comunque l'ultimo concerto che ho visto sono stati gli Arctic Monkeys e mica mi sono divertita così.


Il post da cui tutto è partito, quello dell'autore autorevole, lo trovate qui, ed è bellissimo.

sabato 7 settembre 2013

All'amore.

Incredibile quanto il cervello si incancrenisca a volte, come uno scemo.
Ho accettato un lavoro enorme, un'occasione che aspettavo da tanto e finalmente è arrivata, e penso tutto il tempo all'amore.
Non ce l'ho un altro modo per chiamarlo, abbiate pazienza, fa schifo anche a me, trovatemi un'altra parola, lo so che questa toglie ogni dignità narrativa a quello che scrivo, ammesso che ne abbia mai avuta una, lo so che se dico scopare vi divertite di più, ma io penso solo all'amore all'amore all'amore all'amore agli amanti all'amarsi all'amore all'amore all'amore. All'amore all'amore all'amore all'amore che mi viene da mettermi una mano larga all'attaccatura del collo, sotto la gola, e spingere forte e sentire le ossa.
Non ho una casa e penso all'amore.
Non ho il ciclo da un anno e penso all'amore.
Ho da leggere 351 pagine di un libro per domenica e penso all'amore.
Ho una bolletta wind da 243 euro per aver sforato il traffico voce e penso solo all'amore.
Dovrei riflettere sulle pippe che attacco alla gente e su quanto mi parli addosso per riuscire a sforare il traffico voce e penso all'amore.
Mi tocco e penso all'amore, non mi tocco e penso all'amore, mi tocco la fica i capelli le gambe le bolle di mille zanzare e penso all'amore, parlo con chiunque e penso all'amore, sto zitta da due ore e penso solo amami cazzo, amami fortissimissimo, con gli occhi gonfi e le labbra doloranti e niente mutande solo lenzuolo e tantissimo mare e chiunque tu sia fa in modo di essere l'amore e credibile e potente, fa che tu abbia il corpo adatto a portarlo in giro, fa che esista un'altra voce come la mia perfetta per ridere e dire porcate, fa che mangi, fa che balli, fa che esca e che voglia portarmi a casa, fa che non mi deluda, come quando vai al cinema a vedere un film da un libro che guai a chi te lo tocca e non vuoi per nessun motivo al mondo restarci male.
Fammi un bel film.
"Che cosa scema chiedere come stai a una che scrive sei volte al giorno come sta".
Come sto? Pronta.
Aspetto, con la valigia all'ingresso e massacrandomi le dita.
Aspetto.
E penso all'amore.

lunedì 2 settembre 2013

Molto più single del Papa

Penso che dovrò ricominciare, prima o poi, a bere dell'acqua, a cucinare, a dormire tutte le notti e penso che forse l'inverno serve a questo.
I capelli che crescono mi danno la sensazione del tempo che passa, e non è un caso che per gli ultimi tre anni mi sia rasata mezza testa due volte al mese, ma ora sono pronta a lasciarli uscire da un cappello, a sentirli tanti e morbidi sul collo, a spostarli di lato mentre faccio l'amore.
Le mie cose non sono con me, i miei libri, i miei cappotti. Sono equidistante dagli oggetti della mia vita, tra il volerli di nuovo e l'aver capito che forse non me ne faccio nulla.
Quindi scelgo. Seleziono.
Il cappotto blu comprato al vintage al chilo, che non mi copre abbastanza quando fa freddo ma mi fa sentire splendida.
Che tu sia per me il coltello, con la copertina inquietante con la donna che piange. Molto forte incredibilmente vicino, perché devo scriverci un pezzo e ho bisogno dei miei appunti. Le due copie di American psycho, una da leggere e una da masturbarsi con le pagine con le orecchie. Barthes, Benjamin, Pompeo, quelli ancora mai letti e Martin Parr.
La foto dei miei genitori che si baciano fatta con Holga, quella di Venezia e quella di me minuscola a Misano adriatico vestita da hawaiana che tengo in mano due ananas.
La Kitchenaid, per quando mi tornerà voglia di ospiti.
Il resto forse lo regalo, lo vendo, gli trovo un posto che prima era vuoto e che forse lo resterebbe comunque, ho una tale quantità di borse nere che la metà basta per tutti i funerali della mia vita.
A volte mi capitava di parlarti di quello stupore
ma siccome non l'hai mai capito alla fine l'ho dimenticato.
Ma come fanno in Africa ad amarsi con il caldo che fa?
Non ho voglia di velocità, né di facili novità. Oggi per esempio ho parlato la prima volta alle 19 e 40 e me lo sarei anche risparmiato. Sento volentieri il rumore dei miei passi in casa, non ne approfitto per riflettere, solo cammino, mi sposto da A a B, presto non avrò tutto questo spazio intorno e non ho forse fatto tutto per questo? Mi godo il presente, appena non mi piace più lo cambio.
Se ti dicessi "entriamo" ti faresti cavallo profumato ed io cavaliere gentile,
ma è solo la suggestione del presentatore
in una sala pulita non ho niente da fare
( e sul cesto della frutta danzava la lenta agonia dei desiderata).
Mi sto disabituando al pentimento, al senso di colpa, stavolta non per autoassoluzione. Ho allargato, come se ce ne fosse ancora bisogno, le maglie di una libertà che non è solo concetto, ma è proprio movimento, e ci sto lentamente rinfilando la tenerezza. Non quella amicale che resta quando tutto finisce, piuttosto quella dell'inizio, di quando ti scopri con qualcuno e non hai paura di essere brutta o ridicola o di dire la cosa sbagliata. Mi sento piccola, compatta e pronta a imbarazzarmi e va bene così. Sono pronta per la mancanza di perfezione, per i punti neri e le canzoni di merda nei cd della macchina.
Voglio le medaglie e i rovesci.
E i gabbiani volano sul mare
i gabbiani volano sulla discarica amore.
Questa è la vita, è chiaro, adesso l'hai capita?



Ps: I corsivi sono gentilmente offerti da Management del dolore post-operatorio. Nell'ordine qui, qui e qui. E nella mia testa, da qualche giorno, di continuo.


domenica 25 agosto 2013

La mia Giovanna si chiama Maurizio

La mia Giovanna si chiama Maurizio.
Era seduto al banco dietro al mio, io ero la più alta della classe e portavo i body di mia cugina Catia, lui era il più piccolo, aveva i capelli neri a scodella come li porto io ora, gli occhi azzurri azzurri ed era amico del biondino Massimiliano che piaceva alla mia amica riccia e stronza.
C'era Silvia Gambino che si faceva sempre la pipì addosso, e anche Roberto che mangiava i mandarini della madre seduto vicino al termosifone, poi andavamo a mensa e io non toccavo cibo, perché mi faceva tutto schifo e pensavo che il tonno fosse spezzatino e non concepivo il risotto con le zucchine e la soglioletta e sopra ogni cosa, non capivo la necessità pedagogica, nutritiva, gustativa e culturale di pasteggiare con il latte parzialmente scremato.
Maurizio mi batteva sulla spalla, quando mi giravo faceva la faccetta finto indifferente, attirava l'attenzione come poteva, poverino, essendo basso, finchè ci fu la recita e lui faceva il meccanico e aveva la salopette di jeans e una chiave inglese vera e la faccia sporca di grasso e allora io decisi che era lui. Non Gabriele Sclavo che mi prendeva in giro mentre ero interrogata. Volevo lui.
Presi il foglietto, ci scrissi sopra "ti vuoi mettere con me?", quadratino del sì, quadratino del no, nessun quadratino forse/cidevopensare/nonsononrispondo, benedetto il manicheismo delle elementari che non tornerà mai più. Lui non scrisse nulla, guardò verso di me e fece, sorridendo, su e giù con la testa e forse è lì che non mi è nato il feticismo per gli oggetti, chissà con quale cura avrei conservato a eterna testimonianza della mia capacità di farmi amare quel foglietto del cazzo.
Durò un giorno lunghissimo, durante il quale io non sapevo cosa fare: al banco insieme, forse un riassunto da scrivere o un raccontino da leggere, poi la campanella e la madre fuori che lo aspettava, nemmeno un saluto.
Il giorno dopo lui al banco con Massimiliano e io al banco con Silvia Gambino.
Una storia a distanza, la più rassicurante della mia vita.
Ufficialmente stiamo ancora insieme.




Questo post è per @uomo_sapiens, più che per lui, è grazie a lui.

sabato 24 agosto 2013

Paz.

Capita spesso, soprattutto su twitter, soprattutto con i preferiti della mia TL o con Corrado a pranzo, che esca fuori Paz.
Andrea Pazienza.
L'ho dovuto spiegare a un amico che non sapeva chi fosse (non dite nulla, ha altre qualità) e ho capito che l'unico modo per spiegare Pazienza è andare in una libreria, comprare tutto e metterglielo in mano, confidando che lo capisca.
O almeno, io non so fare altro.
Ho letto Pentothal da adolescente matura, grazie a una persona che conservava gli albi in buste di plastica trasparente. Poi ho letto Pompeo, seduta sul pavimento del bagno dei miei, con le spalle contro la vasca e le lacrime che scendevano da sole. Poi tutto il resto, Zanardi, Pippo, Pertini, Astarte, il bestiario, le poesie, le poesie e ancora le poesie, imparando i tempi e i modi e ricordando tutto, come quando torni in una casa scomoda ma che ti piace e in cui ti senti molto protetta e sai in quale cassetto è riposta la tovaglia per mangiare in terrazza.
E non c'è giorno d'inverno in cui io non pensi guardando fuori "questo cielo così bianco", non c'è mai un verde che non sia matematico, non esiste una meccanica che mi interessi, non ho più immaginato ciliegie-orecchini senza sentire un cazzotto nello stomaco e quando non voglio pensare, io ovunque sia, conto i fuorisede.
Succede solo con gli illuminati, con quelli che ti sanno spiegare le cose che provi nel modo in cui avresti voluto provarle, con quella consapevolezza feroce e compatta, strafottente, che o la accetti, e vivi o muori, o non ha senso fare nessuna delle due cose.
E poi comunque, Vuoi mettere, risorgere, risorgere, risorgere, risorgere, risorgere...
E un disegno è diventato il modo in cui spiego agli altri cosa mi fa riderecome non voglio esserecome amo e cosa mi fa paura, e un drogato suicida parla meglio di me della mia schizofrenia tra la sofferenza nel disattendere aspettative altrui altissime e l'infantile ribellione al giudizio in quanto tale, tra il rifiuto della gerarchia delle opinioni e l'ammirazione imbarazzata per i poeti, ovunque si nascondano.
E insomma, lo supererò prima o poi, il fastidio di sentire alla domanda "chi è andrea pazienza?" la risposta (sbagliata) "un fumettista bolognese morto per droga", che è un po' lo stesso effetto che mi fa quando mi dicono che al mare non ci vanno perché fa caldo e c'è la sabbia.
Insomma poi ognuno dalla vita prende quello che vuole e lungi da me rompere il cazzo.
Però ecco, datevi una regolata.



Ma io sono la mitica anatra migrante‚
sono ancora una volta perpetuo moto
sono la brocca sognante‚
desiderio di vuoto.
E se le mie arroganti parole d’un tempo‚
son finite segnalibro d’un volume dimenticato
pure ti chiedo ara il mio campo
a scoprirlo.
 
 
 

martedì 6 agosto 2013

Lettera a Natalia

Quando ero piccola, ma tu Natalia questo lo sai già anche se io non te l'ho mai mai mai raccontato, sognavo di avere un amico di penna. Mia sorella mi ascoltava, mamma pure, papà credo di sì, ma lo volevo lo stesso, allora gli scrivevo sul quaderno del catechismo dove facevo i disegnini delle facce sulla C maiuscola di Ciao (quelle con gli occhietti e il naso e il cappello, hai capito no?) e pensavo ma amico di penna tu come ti chiami? ti piacerà o no che ti chiami caro amico di penna?
Sto in vacanza Nat, sto in vacanza in un mare che è pulito e basso, come mi sa che siamo anche noi, e bello trasparente e salatissimo, come sono sicura che siamo anche noi.
Rido mille, che sto in buona compagnia e piango di una commozione facilona e molto anziana, piango e mi emoziono di tramonti sbrilluccichevoli e fritturine di polpo e gamberi a dieci euro e ho capito Nat che io nella vita mia difficilmente sarò infelice in modo irrecuperabile. Che mi basta far uscire tutto da sopra da dentro da ovunque per fare spazio alle sette di sera seduta sullo scoglio da sola a giocare col granchietto e cantare grazie roma a bassa voce con le tette nude e la pancia bagnata e la pelle dei polpacci così liscia e opaca che si asciuga subito ed è solo gialla di sole e bella da baciare se vuoi.
Mi sto scordando la sardegna sai? non mi ricordo più il camino. Mi ricordo ancora le pesche, ma solo perché lo racconto sempre a tutti, e mi ricordo il cancello verde dei vicini con il figlio down che mi sembrava una cosa così moderna quando ero piccola, avere un figlio down, come se si potesse scegliere, come quelli che possono avere la twingo e invece hanno il maggiolone, una roba estrosa, divertente. Poi mio padre ha litigato con tutti, giustamente, pieno di teste di cazzo in quella famiglia, e io lì ho deciso che io e mia sorella per esempio ste merdate mai, mai e poi mai, che io non toglierei mai una cosa bella come la sardegna a mia sorella, ma nemmeno sotto tortura, e invece vedi? io adesso sto in questo mare che mica è il poetto e le mando comunque i video di me e della delogu che cantiamo Tra me e te in macchina come due neopatentate, perché poi son sicura che li vede e ride fortissimo.
Giovedì è il tuo compleanno e io rinuncio a non sapere che giorno è, che è la cosa in assoluto che mi fa più godere della vacanza, solo per chiamarti e sentire quella vocetta romana a milano dire "ciao amò" e sciogliermi un po' e dirti niente e dirti tutto e pensare che Natalia Cavalli è il mio regalo di internet, e che si regala a una che è un regalo?
A me per esempio, a fine agosto, toccava sempre l'astuccio, e non mi piaceva quasi mai.
Io piuttosto che regalarti un astuccio ti regalo una bestiola, tipo un criceto, che chiamiamo Filippo e ti riempie casa di puzza e bestemmi e io rido, a roma, da sola.
"Da sola" poi.
Che cazzata "da sola".
Quanto cacofonico è "da sola"?
Quanto per niente pedissequo, propedeutico e paolo è "da sola"?

lunedì 29 luglio 2013

L'altra metà: La casa in fondo a destra


Chiaro che uno scrive per scrivere.
Chiaro anche che poi pubblica un link e sa che ci saranno tot persone che leggeranno e commenteranno e alcune le conosco anche di persona, un bel po' a dire la verità, altre non serve mica.
Una di queste è Alberto Sorge
Che ha letto questo post qui e mi ha mandato una mail. E io la pubblico. Perché lui è bravissimo e io gli sono davvero affezionata e se metto in moto anche solo una volta questo circolo virtuoso con gente come lui, insomma, ne stravale la pena. 
Ah, Alberto ha anche un primo libro in giro, fate voi. 


LA CASA IN FONDO A DESTRA

Nella prima casa in cui ho vissuto c'erano tante persone.
Qualcuna se n'è andata presto. Qualcuna non se ne andrà mai.
Mi chiamavano 'Albi' e io odiavo questo cazzo di soprannome.
Anzi, odiavo anche il mio nome.
Crescendo, poi, ho iniziato ad accettarlo.
Dormivo da solo, sin da bambino.
Avevo i capelli abbastanza lunghi e neri, e gli occhi verdi chiarissimi d'estate e verdi scurissimi d'inverno.
La stanza era piccola, e c'era un quadro con un paesaggio, del mare, e delle cose che non posso descrivere, perché sembravano messe lì apposta per essere dimenticate.
C'era un pianoforte che nessuno suonava, e dei giochi ammassati in un angolo.
Il pallone da calcio lo tenevo sotto il letto, oppure lo abbracciavo, oppure me lo mettevo accanto alla testa, sul cuscino.
Era il migliore amico che potessi avere. O desiderare.
Dormivo poco, e quando lei veniva a vedere se fossi ancora là dove mi aveva lasciato, io facevo finta di sognare.
Poi, quando sentivo i suoi passi allontanarsi, aprivo gli occhi e guardavo il soffitto.
Grandi discorsi, con il soffitto.
Andava a finire che aveva sempre ragione lui.
-Io da grande diventerò un calciatore fortissimo e giocherò con la Nazionale-
-Sì, come no-, mi rispondeva lui.
Quel soffitto mi ricordava un altro lui che odiavo, che mi diceva sempre cose brutte, che mi parlava di cose che non capivo, e di altre che capivo fin troppo bene.
-Non diventerò mai come te-, urlavo.
Ma nessuno mi stava a sentire, e allora io mi incazzavo e facevo qualche casino.
Scappai di casa, la prima volta, che avevo 6 anni.
Non sapevo dove andare e forse era questo il bello.
Camminavo, poi correvo, poi camminavo.
Io non avevo la bici e non potevo andare in posti che le mie gambe non potessero raggiungere.
Mi ero portato dietro il pallone, solo il pallone da calcio.
I ragazzi del mio quartiere, quelli più grandi, me lo volevano rubare e io lo tenevo stretto a me.
Ad uno tirai un pugno, ma poi ne presi altri tre, o quattro, perché erano più grossi ed erano di più.
Io ero solo.
E 'sta cosa mi gasava perché io, prima o poi, li avrei rivisti, ripresi, incontrati di nuovo.
E quel giorno sarebbero stati cazzi loro.
[Il tempo mi diede ragione]
-Cosa volete, da me?-
-Facciamo una partita. Chi vince, tiene il pallone-
-Ok-
Vinsi io, di tanto. Di troppo.
Uno contro uno.
Il tipo era grassoccio e lento, e io gli passavo da tutte le parti, e segnavo, nelle porte costruite con le scarpe, un gol dietro l'altro.
Alla fine mi misi a piangere.
Ero felice, perché ero il più forte.
Il pallone rimase a me.
Oggi è ancora in cortile, e sopra ci sono le firme di tutti gli amici, e di tutte le persone che ho incontrato, poi, in un campo da calcio 'vero'.
Poi tornai.
-Dove sei stato?-
-Non lo so-
Tornare a casa era sempre strano.
Era sempre più strano.
Cioè, io volevo.
Ma anche no.
-Mi hai fatto piangere, sai-
-Scusa, mamma. Ma io non scappo per colpa tua-
E poi finiva che si piangeva in due, e io, cazzo, rimpiango tutta quella malinconia, e tutto quel dolore di lei e me, e me e lei.
Da soli. Insieme.
-Non ti dimenticherò mai-
E io non dimentico lei. E lei non dimentica me.
Ed è così bello che ti viene da sorridere.
Così si fa la vita.
Perché se dico 'basta', o dico 'resto', lo faccio per davvero.
Che io le cose che mi piacciono di più devono essere intere, fatte fino in fondo.
E con le 'cose che mi piacciono' chiaramente intendo me.


venerdì 26 luglio 2013

Del perché Sofia Coppola mi fa venire voglia di essere Sofia Coppola


Sono giorni di caldo torrido e cinema orrendo.
(Ho visto Pacific Rim e non mi convincerete mai che sia un buon film)
(Poi se volete ne parliamo)
(Brutti nerd maledetti).
L'unica alternativa è stare murati in casa con al massimo due indumenti addosso (intimo compreso), il condizionatore in modalità "Kyoto chi?" e grandi classici della nostra giovinezza.
Io, per dire, stasera vedo per la milionesima volta Il giardino delle vergini suicide, per esorcizzare l'ansia dell'uscita di Bling Ring.
Ho paura del nuovo film, non sono pronta: a fasi alterne ma coerenti, Sofia Coppola la amo, la odio, voglio essere la sua migliore amica, voglio essere lei, voglio ucciderla. Ho adorato The virgin suicides, ho odiato Lost in translation, mi sono riempita gli occhi di Marie Antoinette e mi sono addormentata in più punti con Somewhere. E adesso?
Che succederà con Bling Ring?
La storia la sapete tutti, perché l'hype è già tanta, ma la riassumiamo per i ritardatari: adolescenti losangelini annoiati e ricchissimi si intrufolano nelle case di vipponi del calibro di nostra signora Paris Hilton e Orlando Bloom per rubare Birkin, gioiellame e altre prezioserie. Detta così sembra una cazzata, invece è basato su una storia vera e ci sono tutte le premesse per far sì che diventi il nuovo film di culto dei gggiovani esattamente come è stato con la storia della famiglia Lisbon per quelli della mia età. C'è Emma Watson (che ricordiamolo a tutti, anche a Harry Potter, non è Kirsten Dunst), c'è il glamour, c'è il narcisismo all'ennesima potenza, ci sarà una colonna sonora della madonna come al solito, i dialoghi saranno ottimi e la valanga di gif animate con Hermione in versione bagnamutande saranno immediatamente realtà, ma sarà un film-di-Sofia-Coppola?
Ci sarà quel senso di sospensione e noia indolente, quel niente da raccontare, i personaggi saranno sempre involontariamente ma consapevolmente fichissimi, e Sofia sarà stata in grado di calibrare benissimo i tempi e le pause, con in sottofondo Azealia Banks invece degli Air? Sarà bello da guardare come gli altri (e come lo spot di Marni per H&M che personalmente considero un capolavoro) o sarò costretta a seguire la trama come in un qualsiasi altro film?
Resto in attesa, il trailer mi piace un bel po', già se passo due ore a guardare i vestiti sono contenta, ma tu, Sofia, amica mia, non mi deludere.





Se state in fissa, trovare altra roba qui, qui e qui.
E se siete dedite al sacro culto dell'autoscatto (siete nel posto giusto) qui c'è addirittura il challenge.
Stiamo vicine, il 19 settembre è vicino.

giovedì 25 luglio 2013

A metà

Nella prima casa in cui ho vissuto si dormiva sul divano, di giorno e di notte.
Le migliori pennichelle io e papà le facevamo testa sul bracciolo e chiappe sui cuscini di velluto, anche d'estate, anche con 40 gradi, mentre mamma e Silvia ci guardavano e sudavano al solo pensiero.
Poi la mattina invece si stava in terrazza, soprattutto quando faceva caldissimo, che la casa era un sottotetto-forno, e mamma apriva la portafinestra col vetro traballante (perché staccavo il silicone un pezzo al giorno per giocare) e si metteva fuori in vestaglietta, sulla sdraio, con la luce chiara chiara intorno, a prendere il fresco.
Ricordi di uovo sbattuto nella tazza della nutella quella bianca e blu, di un sacco di stereo e di piscina, roba di un secolo e mezzo fa, quando ancora il tempo era solo tempo e non c'erano buchi neri di sensi di colpa e procrastinazione, di quando essere piccoli era indiscutibilmente vero, senza la relatività dell'adolescenza, senza gli alibi e le bugie della maturità.
Oggi tutto capita e poi si sceglie, che a sputare sull'esperienza sembra di far peccato, oggi penso che la comunanza d'intenti sia l'unica ricchezza ("se vuoi scopare nel momento in cui lo voglio anche io, possiamo farlo, così come se vuoi bere una birretta nel momento in cui lo voglio anche io. Se lo voglio lo faccio.") (e questa era per Natalia), oggi penso che chi si ferma non solo è perduto lui ma perde gli altri e gli altri non tornano e quanto mi piacciono gli altri, rincorrerli un po', farmi prendere, chiedermi se, dirmi di sì, dirmi ma no, dirmi mai più.
Che io sull'isola deserta piuttosto mi ammazzo.
Che io la sociopatia rivendicata mi mette proprio tristezza.
Che io se dovessi fare mai un figlio, cosa che non, sicuro ne farei subito un altro, così impara da solo che non è l'unico al mondo, e a fare pace e a dividere le cose materiali.
Tipo io e Silvia dividevamo anche le big babol. Se erano panna e fragola, nel verso giusto per avere entrambi i gusti. Invece la coppa music cioccolato e vaniglia, lei mangiava la nota e io il bianco intorno.
Che io le cose che mi piacciono, se faccio a metà, mi piacciono di più.
E con "le cose che mi piacciono" chiaramente intendo me.

sabato 20 luglio 2013

Oggi sono io

Che non si dica che non ci ho provato ad ascoltare i Beirut per tutta una giornata che l'ho fatto, dio solo sa se.
Che non si dica che non mi metto a disposizione di ogni singolo cambiamento possibile, per dire ho spostato la frangia di lato, mi si vedono le sopracciglia adesso, e più scoperta di così cosa devo fare?
Che non si dica che parlo di sesso, alcol (con una sola o) e sigarette come in jersey shore che, santo dio, magari quella voglia di vivere, magari quella familiarità con le infradito, io che mi serve ancora di stare nuda per stare nuda e mi prude tutto addosso e se c'è stato da scegliere a un certo punto tra le bolle e il sospetto di gattamortismo, mi sembra evidente cosa abbiamo scelto.
Che non si dica nemmeno che mi nascondo dietro falsi lirismi che sono due ore che mi arrotolo lo stomaco e un po' di magone su Alex Britti, e i Beirut per ora l'ho dati ar gatto, e
"se le parole fossero una musica potrei suonare ore e ore e ancora ore e dirti tutto di me" improvvisamente mi sembra la cosa più sensata mai scritta nella storia della musica italiana.
"Ma quando poi ti vedo c'è qualcosa che mi blocca e non riesco a dire neanche come stai, come stai bene con quei pantaloni neri, come stai bene oggi, come non vorrei cadere in quei discorsi già sentiti mille volte e rovinare tutto".
Qui c'è solo da deporre le armi. Io un uomo che mi guardi, con il timore di sbagliare, con la voglia di sesso dolce, uno che sappia cos'è l'attesa di qualcuno, ditemi dove devo firmare, che già non ce la faccio più.
Con tutta la disperazione e la dissociazione e la paura che c'ho.
E quindi è molto più facile che
"così, anche questa notte è già finita e non so ancora dentro come sei"
che vaglielo a spiegare come sei, mentre sei attentissima a non essere come non devi essere, che non ti venga in mente di spaventarlo, dio mio, di rompere il tacito accordo di "non so neanche se ti rivedrò" che altrimenti crolla tutto il castelletto di sabbia e poi tocca addirittura conoscersi e correre il rischio estremo di farsi coinvolgere. Per questo poi
"preferisco stare qui da solo che con una finta compagnia e se davvero prenderò il volo aspetterò l'amore e amore sia" fa l'effetto che fa, che io sono felice di essere la distrazione, e mi sto quasi specializzando, con gioia e risultati gratificanti, ma vuoi mettere
"però stasera mi rilasso, penso a te e scrivo una canzone"?
Vuoi mettere la differenza tra chi ti pensa e ti tiene e chi ti prende e ti lascia?
Vuoi mettere uno dolce "come il mare, come il sesso"?
Che io non chiedo altro in questo luglio di merda?
Vuoi mettere sapere che è possibile?
Vuoi mettere la leggerezza di dire che lo voglio, tantissimo, che
"Questa volta lo pretendo perché oggi sono io"?

Vuoi mettere?




martedì 16 luglio 2013

Una volta

Una volta stavo con uno del mio liceo, è stato il mio primo bacio, il mio primo tutto.
Mi infilava la mano nei bottoni della gonna lunga di jeans uguale a quella di Howard dei Take That nel Live in Berlin e mi toccava alla fermata del 163 a San Lorenzo, appoggiati al portone accanto al fioraio.
Un'altra volta in spiaggia, con quello dopo, la prima volta che ho avuto di nuovo solo un pezzo del costume dopo i 6 anni, io a pancia in giù, lui sopra di me, incredibile come si potesse passare inosservati eppure nessuno ci si filava troppo.
Poi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, un po' ovunque, il bello dei musei poco frequentati, se ci ripenso adesso mi viene in mente quell'enorme tela di Scialoja sul rosa, e le plastiche di Burri e Le mani addosso di Emilio Vedova, e sia benedetta la sinestesia, che insieme ai capelli lisci è il regalo più grande che nostro signore mi abbia fatto.
Poi sul tetto di una casa molto abitata, poi sul prato di una casa piena di finestre e luci accese, poi in una casa che mai più rivedrò, poi a un concerto, poi ieri sera c'era questa che mi ha detto che l'universo maschile non le interessa e chi sono io per volerla convincere, e mi viene questa voce da stronza, quando ho voglia, e capisco che se mi guardi da fuori sembro posseduta, invece è come se fossi improvvisamente liberata, svuotata, leggerissima, facile da prendere e molto liquida.
Molto liquida, vischiosa. Rosso ciliegia. Asciutta finchè non mi buchi.
E mi sveglio con delle labbra morbidissime in questi giorni perché la notte non fa caldo e respiro a bocca chiusa e dormo poco e sogno molto e va tutto davvero bene.
Per esempio mangio molto meno.
Ché di saziarsi tanto non c'è mica verso.



domenica 14 luglio 2013

Mi fa

Mi fanno schifo le dita appiccicose di bomba alla nutella, mi fanno schifo i piedi quando sono troppo lunghi e sembrano di qualche bestia, invece mi fa godere grattarmi la schiena con la mano piegata da sopra. Mi piace che piano piano mi sto riprendendo il letto, sposto un cuscino per volta e certe volte mi tocco e mi addormento senza mutande al centro del materasso e nessuno lo vede e quando mi sveglio mi guardo da fuori e lo vedo solo io e la masturbazione è doppia. Mi piace lavarmi i denti ma non mi piace sputare, mi fanno godere lo scrub, la crema, lo sfregamento dei piedi e il balsamo dopo il mare, mi fa schifo il nodo di capelli nello scarico della doccia e mi fanno cacare gli spazzolini da cesso bianchi. Mi piace il phon, mi piace il forno, non capisco il tostapane, nemmeno l'asciugatrice, invece venero la kitchenaid e l'aspirabriciole soprattutto usato come raccoglispazzatura quando passi la scopa, ché odio la paletta, è scomoda e antiestetica.
Mi piace la mattina presto se mi sveglio e posso ancora dormire, ma solo se ho la sveglia puntata e sono in grado di calcolare subito quanto manca prima che suoni, mi piace le sette di sera al ritorno dal mare che bisogna farsi la doccia perché poi si va a cena, non mi piace il momento in cui metto i calzini prima di infilare le scarpe soprattutto se qualcuno mi guarda, non mi piace avere pochi completi intimi specie se prevedo di stare spesso seminuda, mi vergogno di gran parte delle mie mutande e non so comprare cappotti decenti. Mi piacciono gli occhi, gli avambracci e le cosce, mi sono indifferenti le mani, il culo e i nasi, mi piace la risata e la voce, mi frega un cazzo del se fai sport, mi serve che mi baci benissimo, mi piace che mi scopi forte, ignoro l'importanza delle coccole dopo, piuttosto rido volentieri o mangiamo qualcosa o molto dormo.
Mi piace se scegli la musica e il film, mi preoccupa se il ristorante non so quanto costa, mi piace che noti i vestiti che indosso, ma non ricordarteli così me li rimetto, mi piace che ballo, che sudo che piego le ginocchia, se chiudo gli occhi è proprio perché mi fa bene, mi piace se beviamo, non mi piace se mi fai bere, mi piace se è buono e lo mandiamo giù ridendo, mi piace il tavolo, mi piace per terra, non mi piace il bancone, non mi piace il bagno se non è quello di casa mia.
Mi piace il mare coi jeans, mi fa orrore la sabbia coi tacchi, mi piace il rasoio sulle cosce contropelo, il silkepil sotto le ascelle, la ceretta alla fica quasi tutta, le pinzette sui baffi, le sopracciglia non classificate, mi eccita la barba di quattro giorni, la nuca rasata, mi piace la pelle asciutta e opaca della spalla ma dalla parte del petto, frontale, dove mi metto con la testa.
Mi piace il bucatino ma mi preoccupa sporcarmi, mi piace il rigatone ma lo mando giù quasi intero, odio la pizza provola e speck perché lo speck non si taglia mai bene col coltello, mi fa incazzare la bruschetta al pomodoro, adoro l'arrosticino, ho una passione perversa per il supplì.
Mi piace la Toscana, mi piace Milano, mi piace l'Umbria, mi ricordo la Sicilia, la Sardegna e il Veneto, non conosco il Piemonte e Maratea.
Mi fa vomitare il cattolicesimo.
Mi piace il finestrino abbassato.
E questo è quanto.

venerdì 12 luglio 2013

D'altronde è così

Parliamo di uomini.
Per tranquillizzare il pubblico a casa che è così interattivo (get a life, su) specifichiamo subito che non sto battendo a tappeto l'hinterland romano a mò di censimento, semplicemente mi guardo intorno e faccio molte, moltissime cose, e vedo molta, moltissima gente.
C'è un'incapacità diffusa -sarà l'acqua, sarà l'aria- a prendere la vita in maniera leggera.
Non so cosa sia successo a Nostra Signora Tranquillità, ma suppongo che sia stato un male brutto e incurabile di quelli che ti aprono e ti richiudono, perché non si trova più qualcuno con cui passare del tempo piacevole, bere birrette all'aperto, fare magari sesso divertente e poter prendere in mano un cellulare e mandare, apriti cielo, un messaggio senza per questo scatenare l'ira funesta di bombonierari e venditori di Trilogy.
Cosa vi è successo?
Quando di preciso avete iniziato a sputare sulla facilità di un rapporto qualsiasi senza nome, senza aspettative, senza complicazioni? Quando? in quale punto esatto tra anni di porno e le vostre fidanzate del cazzo? Da quando essere bipolari (quanto mi piaci/non ti chiamo mai più) è diventato di moda e pericolosamente infettivo?
E soprattutto, una donna degna di questo nome, che non abbia voglia di fare giochetti di gattamortismo e fughe strategiche, cosa deve fare? imbracciare l'ariete del senso pratico e abbattere il portone del terrore di un legame peraltro non richiesto, convincendovi a forza di pompini che va tutto bene, o "trovi un altro più bello che problemi non ha"?
Mamma mi ha insegnato che chi ha più giudizio e lucidità ha il dovere di usarli e che non bisogna mai sottrarsi, soprattutto a fronte di un divertimento potenziale concreto (non fatevi i film, ve lo chiedo in ginocchio, amiche), però mamma dice anche sempre "nun te complicà la vita" e io ve lo dico, fa caldo, noi donne pure siamo stanche, non avremo energie in eterno e sta cosa del mare che è pieno di pesci, a rischio di fa un po' la mignotta, qualcuna prima o poi la verificherà.
Poi non vi voglio sentire eh.
Io vi ho avvertito.
Poi so cazzi vostri.






giovedì 20 giugno 2013

Vedi Cara: esegesi di un pugno nello stomaco

 
La scorsa settimana è stato il compleanno di Francesco Guccini. Ho postato su Twitter e su Fb il testo di una canzone che è, in particolare ora per me, un manifesto, un miracolo di trasparenza, una cosa da tatuarsi in ogni parte del corpo e da far studiare nelle scuole agli adolescenti che saranno i futuri fidanzati dei nostri figli.
La canzone è Vedi Cara, se non la conoscete avete trenta secondi per andare ad ascoltarla, mentre io e Lara, dividendoci le strofe, facciamo l'analisi del testo.
Fate attenzione, che quello che vi stiamo scrivendo, a quattro mani, quattro polmoni, due cuori, due stomaci e enormi palle, è qualcosa che io mi sono presa a calci in faccia in metropolitana, in spiaggia, di notte camminando verso casa, una valanga di verità in cuffia non sempre nei momenti in cui la potevo sostenere. Ma il masochismo di avere Guccini nell'Ipod da quando si possiede un Ipod è qualcosa su cui io e la mia terapista siamo lavorando.
Mettetevi comodi, leggetevela con calma, prendete appunti, e alla fine ne riparliamo.
 
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile parlare dei fantasmi di una mente.
Vedi cara, tutto quel che posso dire è che cambio un po' ogni giorno e che sono differente.
Vedi cara, certe volte sono in cielo come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Lara] C'è questa cosa che l'ottimismo è molto meglio tollerato del suo contrario. E se sei blu, cazzo no, blu non va bene, tutti vogliono vedere il giallo, e allora inventatelo quel giallo che non hai, quel colore che non sai, ma dentro sei blu e come fai a spiegarlo quanto blu è quel blu, non lo sai spiegare non ci sono le parole giuste, forse ci sono dei suoni, ma delle parole no, blu, come cambia, come vira come diventa cangiante.
E ci sono giornate gialle, quante volte sei stata là in alto con tutto quel panorama negli occhi che soltanto l'altezza di un volo alto e un attimo dopo, una parola sbagliata, giù a terra, schiacciata e distrutta ci sono giorni così, davvero e arrivano e li prendi così come arrivano, ci voli sopra come un aquilone al vento, ma sei anche consapevole che poi torni a terra, più a terra che mai, ma come fai a spiegarlo a chi non ha già capito che eri vera mentre volavi leggera come un aquilone e sei vera anche quando torni a spiaccicarti per terra, e c'è molta incoerenza in questo, ma che ne sai, se non l'hai capito non c'è niente che io ti possa spiegare.
 
Vedi cara, certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire.
Vedi cara, certi giorni sono un anno, certe frasi sono un niente che non serve più sentire.
Vedi cara, le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Daniela]: In un'altra canzone nel mio Ipod si dice "quando arriva una crisi è tutt'altro che folle, è un eccesso di lucidità". Chi meglio di me? Io che di "urlare per uscire" ne ho fatto ragione di vita e di analisi, io che mi sono ripromessa più e più volte di non tenere dentro nulla, dalla ritenzione idrica al rancore. Eppure è vero, certi giorni sono un anno, di pesantezza, consapevolezza, crescita ai limiti della vecchiaia, certi pomeriggi da sola in mutande nel letto a fissare la riga della coperta marrone di ikea e a prepararsi all'epifania che davvero "certe frasi sono un niente che non serve più sentire". Basta parlare, basta dire, basta dirselo, basta ripetere. Non serve più. Non ci fai un cazzo, con quel tempo speso a sapere tutto e non fare nulla, riprenditi stagioni e sorrisi, riprenditi la proprietà, nel senso vero e potente e liberatorio del termine. La dovuta proprietà. Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già. E chi capisce prima, faccia tana libera tutti.
 
Non capisci quando cerco in una sera un mistero d'atmosfera che è difficile afferrare.
Quando rido senza muovere il mio viso, quando piango senza un grido, quando invece vorrei urlare.
Quando sogno dietro a frasi di canzoni, dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Lara] Eccolo qui il sognatore, l'atmosfera, le frasi di canzoni, i libri, gli aquiloni, quelle cose che a vent'anni sono tollerate e man mano si cresce lo sono molto meno, che diventi grande e mica ti puoi mettere a sognare ancora così, cosa fai, sei scemo?, ma se sei sognatore, se hai bisogno di quel lato molto meno concreto, di quel pensiero volatile e frammentato, di quella fantasia da rincorrere non cambi solo perché cambia il numero delle candeline su una torta sempre più piccola, cambia solo il modo di manifestarlo, e devi trattenere molto di più, e diventi solo molto più capace di scindere quello che senti dal modo in cui lo riesci a fare uscire, quindi piangi senza un grido e vorresti urlare, ma no, perché sei grande ora e non puoi, ma cazzo com'è difficile, e quanto non lo capisce chi invece concreto ci è diventato davvero, non ci sono parole per spiegarglielo, che si diventa grandi in molti modi e non ce n'è uno più giusto di un altro.
 
Non rimpiango tutto quello che mi hai dato, che son io che l'ho creato e potrei rifarlo ora.
Anche se tutto il mio tempo con te non dimentico perché questo tempo dura ancora.
Non cercare in un viso la ragione, in un nome la passione che lontano ora mi fa.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Daniela:] Strofa pregnissima, piena di roba.
Darsi le colpe, prendersi i meriti. Bravo chi non lo fa. Ma il rimpianto, quello no, quello è da stronzi: ciò che dai dai, ciò che prendi prendi, e forse tutti sti abbracci e ste mani strette servono a creare un circolo ininterrotto, finché uno dei due non si stacca. Ma qui il senso è tutto in quel "che son io che l'ho creato e potrei rifarlo ora": c'è sempre uno dei due che costruisce materialmente l'equilibrio emotivo della coppia, l'altro si affida, per mancanza di creatività, di profondità, di confidenza con i sentimenti, di coraggio, di energia. Quando entrambi lo vogliono fare di solito volano i coltelli, ché "nessuno ti amerà mai come ti amo io" non è mai vero quando la ascoltiamo ma l'avremo pronunciata mille volte. Ma attenzione, il punto focale non è "tutto il tempo", e non è nemmeno "non dimentico", ma "perché questo tempo dura ancora". Chiedetevelo ogni giorno chi è la persona con cui vi siete svegliati, chiedetevi che ci fate in quel letto. Il tempo dura lo stesso, ma "questo tempo" che dura a fare? E la risposta non è altrove, niente visi, niente nomi, ve piacerebbe. Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già. E soprattutto non inventiamoci stronzate.
 
Tu sei molto, anche se non sei abbastanza, e non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi,
tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco, tu sei paga del tuo gioco ed hai già quello che vuoi.
Io cerco ancora e così non spaventarti quando senti allontanarmi: fugge il sogno, io resto qua!
[Lara] La parte che mi sbriciola fine fine. Tu sei molto anche se non sei abbastanza. Ci vuole molto coraggio a dirlo ma è così. E non è che non sei abbastanza per qualche mancanza, non sei abbastanza perché io sono così, non saresti abbastanza comunque, non saresti abbastanza mai, tu sei tutto ma quel tutto è ancora poco per chi la vita- le persone - tutto lo affronta famelica, irrequieta, con una sola domanda in testa, sempre, costante "c'è ancora altro?" e finisce per continuare a cercarlo in un totale senso di insoddisfazione costante, che tu mi chiami rompicoglioni, ma ci vuole una gran forza per continuare a chiederselo, a pretenderlo, a cercarlo, e lo so che tu sei capace di essere contento di quello che c'è ma io no, io continuo a cercare, a volte vicina a volte lontana, ma senza smettere di amarti neanche per un attimo, vado lontana a cercare quell'ancora altro e poi torno, solo un po' più disillusa, un po' più disincantata, non è colpa tua è un sogno mio, tu mi chiami rompicoglioni, io ho smesso di chiamarmi da un pezzo, restiamo qua vicini, anche se, anche ma, anche io.
 
Sii contenta della parte che tu hai, ti do quello che mi dai, chi ha la colpa non si sa.
Cerca dentro per capir quello che sento, per sentir che ciò che cerco non è il nuovo, libertà!
Vedi cara è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
[Daniela]: La conclusione e la carezza sulla guancia. La parte che mi fa incazzare di più. "Sii contenta della parte che tu hai, ti do quello che mi dai": accettare di dover scendere dal piedistallo, quando il piedistallo a volte nemmeno c'è, è una roba che quando l'hai imparata o sei matura o sei sola. Ma essere contenta di avere quello che ti viene dato, e con tutta questa onestà poi, è una roba che quando l'hai imparata, non sarai mai vecchia e sarai sempre innamorata. E non ha nulla a che fare con l'esseresestessismo, con l'accontentarsi o l'arrendersi, con il prendere la vita fricchettone come viene qui e ora (che insomma, certe volte, buttalo via), quanto con lo smontare quello schema perverso di voler conoscere e contemporaneamente cambiare chi ti sta intorno, e sentirsi legittimati nel pensare che se non cambierà per noi, è perché non è amore.
Se vi fa spazio, e ci state comode e bene in quello spazio, godetevela e non rompete i coglioni, che "chi ha la colpa non si sa", e già nell'immaginare che ci sia una colpa sta facendo uno sforzo sovrumano. "Cerca dentro per capir quello che sento, per sentir che ciò che cerco non è il nuovo o libertà" è abbastanza chiaro, ma basterebbe confrontare il Guccini lucido e dolce di Vedi Cara con quello impietoso di Quattro stracci per imparare la potenza di un tono che cambia (ricordatevelo nelle vostre future litigate). "Ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non raccontare a me che cos'è la libertà!", fateci i conti con la libertà, che non è una gentile concessione, e se poi va dove vuole andare, se poi invecchia come gli pare, non è uno stronzo, è che è difficile (e inutile) spiegare, è difficile (e inutile) capire, se non hai capito già.