venerdì 31 maggio 2013

Volevo dirti

Volevo dirti che non è facile per niente scegliere gli estranei per la parte più sincera di sé e che se anche sembra un mare in mezzo, questa distanza non è così liquida e non è trasparente eppure è lo stesso profonda e piena di bestie e buia di notte e io non credo di sapere nuotare e non credo di non volere affondare.
Volevo dirti che piango molto, uomo senza faccia che vorrei mi volessi davvero e che se piango per te che un giorno sei esistito e un giorno esisterai è solo perché sono stanca tanto di piangere per me e credere che così sarà per il resto della vita.
Volevo dirti che rinuncio al sonno malvolentieri e che non so più cosa metto in cima alla scala dei miei valori, non so più le persone sulle dita della mano perché quello che faccio di continuo è fare posto al nuovo e forse stanotte sono diventata carne da macello, quando uno sconosciuto mi ha invitato a cambiare la mia vita e io non ho avuto la prontezza, l'orgoglio, l'educazione e la tigna di dire ma tu, da me, che cazzo vuoi, ma tu per me chi cazzo sei, ma tu sparisci e non umiliarmi così mai più, non so nemmeno come ti chiami.
Volevo dirti che ci sono persone che credono di sapere tutto di noi e tutto di me e non mi lascerò convincere e non lo farò per te, per rispetto di tutte le volte che ti ho chiesto di capire tutto della realtà e di dirmelo e di far combaciare quello che c'era dentro di me con quello che c'era fuori di te, ignorando tutti i passaggi intermedi, ignorando tutta la fatica e il rumore di fondo, a metà strada tra un gioco del telefono delle feste delle medie e una roulette russa in cui nessuno muore ma nessuno vince.
Volevo dirti che parlo con te e non solo con te, come è sempre stato, per mancanza di concentrazione e libertà, per bisogno di cento dita e cento ore, per fame di cibo e di esperienza, per paura delle aspettative e voglia di vincere sugli altri, perché ciclicamente io distruggo e perché ciclicamente io piango sui cocci.
Volevo dirti che parlo con te perché con me non ci voglio parlare, sono debole e sola e ho paura di esserlo e  dire tutto e stare fuori di me, nel senso meno matto della frase, ma farlo mi aiuta almeno a esistere nel mondo, a esistere nonostante l'invisibilità e allora sopporta questa sovraesposizione, sopporta questo tramite enorme, questo tavolo lunghissimo in mezzo a noi, come nei palazzi aristocratici dove tra un piatto e l'altro ci sono tre metri e dodici maggiordomi.
Volevo dirti sopporta i maggiordomi. Non servono a nessuno, non servono nessuno. Nemmeno me.
E se tutto va bene pranzeremo tra mille anni.
Volevo dirti che mi sono mascherata da altre donne, nel frattempo, per vedere come stavo con i capelli biondi e lunghi, ma che forse non mi tingerò, o forse sì, e tra tingere e fingere c'è una sola lettera e allora così, capisci da solo che è troppo facile.
Volevo dirti che quello che leggi è peggio di quello che sai scrivere tu, che sai pensare, che sapresti insegnarmi, e che questo è il reale motivo per cui esisti ancora. Perché sei meglio di me. E perché ancora non so quanto, fino in fondo.
Volevo dirti che perdo di vista il momento in cui scrivo perché devo dire e in cui scrivo perché devo scrivere e se solo avessi dei soldi io farei questo tutto il giorno, ti scriverei tutto quello che ti volevo dire, così potrei stare zitta ad aspettare il rumore di te, che sorridi, il rumore di un andrà tutto bene.
Che rumore fa un andrà tutto bene?


martedì 28 maggio 2013

Questo post un titolo non ce l'ha

Avevo una volta un fidanzato che mi ha detto non ti amo più.
Da quando? ho chiesto io.
Da agosto ha detto lui.
Anzi dalla Sicilia ha detto lui.
E in effetti in Sicilia eravamo in campeggio, io avevo dimenticato la pillola e non avevamo scopato e io avevo lo zainone verticalone e mi ricordo che mi ero portata il profumo.
Dimmi tu, il profumo in campeggio, era ovvio che anche io non ci stavo capendo un cazzo.
Insomma non ti amo più.
E io ho pianto e ho dormito e ascoltato musica orrenda e cantato e pianto seduta alla sedia della scrivania col computer, mentre giocavo a Mahjong gratis online.
Poi una volta mi ha telefonato, per sapere come stavo, e mamma mi ha svegliata e mi ha detto è lui.
Lui senza il nome.
E io ho detto ho capito che errori ho fatto, ho capito tutto, ho capito perché non mi ami più e adesso SO come farmi amare davvero, ce la possiamo fare vedrai sarà bellissimo e istruttivo.
Ma lui niente non ne voleva proprio sapere.
Poi sono andata in Giappone e mi sono rasata metà testa e sono tornata e ho aperto un blog.
Che è questo, ma mille anni fa, in un'altra casa, con altri chili, con altri lettori, senza tutta sta gente intorno.
Questo per dire che aveva ragione lui e a distanza di anni aveva ragione lui e io ancora non lo so mica come farmi amare davvero.

In compenso il blog va che è un incanto.


domenica 26 maggio 2013

Alcune considerazioni di carattere meteorologico

La prima è che ho googlato meteorologico perché è come Dostoevskij e Reykjavik e Quetzacoatl, che non so mai come si scrivano ma mi serve di non fare figure di merda.

Ora arrivano le altre.

Vedo la gente che mi vede. E vedo che la gente mi vede. Le cose son due: o non mi nascondo bene o sono tutti intelligentissimi. Mi consolano entrambe, ché voglio frequentare persone di un certo livello. Come me. Che non mi nascondo, per l'appunto.

Non sto prendendo le pasticche per farmi tornare il ciclo, scomparso ormai mesi fa, poi tornato per un paio di volte, poi di nuovo scomparso, perché non sto prendendo le pasticche. Perché non le sto prendendo? Perchè non me ne frega un cazzo di essere sana in questo momento. Il corpo è una cosa che un po' mi porto solo in giro e la maternità non mi interessa, scopare sì tantissimo, fare i figli io proprio no. E ho un sacco di assorbenti di scorta, ma non scadono. Fortunatamente.

Stanno tutti male, avete notato? Io sì. Le coppie stanno male, i single stanno male, gli sportivi della vita, quelli leggeri e incapaci di domande, vestiti sempre uguali stanno male anche loro.
Provate a cambiarvi, è na botta de vita.
Stanno tutti male, non si fanno eccezioni qui, l'appartenenza è tutto, lasciami pure senza branco adesso e allora The blair witch project lo giro io, con la videocamera del telefono cercando poi una presa nel bosco di notte.

Ho googlato The blair witch project che è come meteorologico, Dostoevskij, ecc ecc.

Il giorno che Whatsapp informerà l'utente, non so come, magari con una notifica in home, dell'orario del NOSTRO ultimo accesso e non di quello degli altri, sarà sempre troppo tardi, e non capire che la cosa importante è sembrare il meno online possibile e capire quanto effettivamente invece ci si stia, è un errore di valutazione imperdonabile dei programmatori che, è ovvio, non sanno nulla di carisma e sintomatico mistero.

Mi sa che sto post sono dei tweet sbrodolati.

Ora conto le persone che ho conosciuto fisicamente dopo averle seguite su twitter. Aspetta eh.
Sono arrivata a 52 e mi sono stufata. Poi se mi viene in mente aggiungo. In un anno, eh.

Quando ero piccola avevo una fissa per lo spolvero. Lo spolvero, lo spolverare, come si dice. La domenica mattina mia madre mi dava la pezzetta, io toglievo tutti i gingilli dai mobili, gli stessi mobili che ancora sono a casa dei miei, tra un paio d'anni saranno puro vintage hipster, spruzzavo il prontomobili e passavo lo straccio. Poi rimettevo tutto a posto e mamma diceva che braaaaaava, guarda come spolvera bene. Ho sempre trovato irritante lo squilibrio tra l'energia e il tempo dedicati allo smontaggio gingilli e quei quanto? 5 secondi di passaggio pezzetta, ma il risultato finale era soddisfacente e un sacco di aaaaa di mamma valevano il conflitto interiore.

Quando uno lo ami tantissimo, un po' te lo scordi no? Sì o no? Cioè è come camminare, mica ci pensi che devi farlo, lo fai e basta, no?

Mi taglierei le mani in questo momento, mi farei crollare il pannello della galleria che ho dietro la schiena addosso, andrei in ospedale, aspetterei di veder arrivare qualcuno di corsa per capire come sto che è successo ti senti male e sorriderei con la testa di lato e la faccia dio mio che cazzo di sfigata e poi un succhetto della macchinetta e bevi un bicchiere d'acqua, che ti devi calmare.
Mica ti dicono mai prendi a calci in culo qualcuno che ti devi calmare. Il bicchiere d'acqua. Mah.

Più ci tengo e più mi dimentico la faccia che hai. Si chiama istinto all'autoconservazione.

Scriverò un saggio: "Il visitatore museale e il diritto al biglietto gratuito: fenomenologia del disagio e studi sul rapporto tra povertà e senso di colpa cattocomunista". Per ora mi dedico all'analisi statistica delle volte in cui "quanto si paga?" "per lei è gratuito, signora" "ah fantastico, quindi quanto le devo?". Appendice fotografica alla Martin Parr sui peggiori portafogli dell'ultimo secolo.

Mi manca la radio, voglio la radio, quello che mi viene meglio è parlare parlare parlare senza essere guardata, voglio un punto nel vuoto e dire cose e avere la musica e sapere che poi finito quello si torna a casa e bene così. Voglio la radio. Adesso la ricomincio.

Zone di Roma in cui abiterei: San Giovanni, Trastevere, Centro grazie al cazzo, Nomentana verso Piazza Bologna, Prati, Testaccio tantissimo, Garbatella, Ostiense.
Zone di Roma in cui invece mai: Pigneto, San Lorenzo, Monteverde, quelle troppo lontane, quelle collegate male, Viale Marconi, Ostia.

Cose che non farò mai: l'omeopatia, il tatuaggio alle sopracciglia, votare a destra, menare un bambino, diventare vegetariana, cancellarmi i tatuaggi.

Cose che invece voglio: ibiza, sceneggiare, licenziarmi, depilazione definitiva, essere sicura.

E sul meglio soli che male accompagnati bisognerebbe riflettere tantissimo di più, tutti.

giovedì 23 maggio 2013

But i never really know where to go

Qua è tutto uno stare male, dirsi no dai basta stare male, riprendersi, stare benissimo, ma benissimo proprio, divertirsi da pazzerelli, fare cazzate, spendere soldi, prendere treni, andare in tivvù tutte le settimane, ridere ridere ridere, bere vodka lemon, fumare sigarettine, e poi di nuovo, prevedibilmente, stare di merda.
E altro giro altra corsa.
Che a sto punto insomma risparmiamo i soldi dei treni, e le sigarettine e l'alcool fanno venire la pelle brutta, e poi la tivvù non è mai stato il mio sogno, più che farla guardarla tutto il giorno in pigiama senza lavarsi i capelli con delle enormi buste di M&M's marroni e il telefono a portata di mano come Lelaina Pierce che resta, a distanza di quasi 20 anni, la mia figura di riferimento cinematografico e massima immedesimazione aspirazionale, già solo per la magrezza e il taglio di capelli, poi per il senso di inadeguatezza costante e il fatto di non essere mai amata abbastanza, ci ho lavorato da sola.
La differenza è tutta nella guarigione. C'è chi passa un brutto periodo, poi ne esce e torna il ghepardo di una volta, e chi non ne esce mai, chi ha con lo stare male una confidenza quotidiana, sottintesa, come quei diabetici che si fanno le iniezioni di insulina davanti a tutti senza rompere troppo le palle.
Ecco, io forse non ce la farò mai.
A non essere plateale, melodrammatica, a non piangere forte, a non lamentarmi, cercare il conforto, vomitare addosso a chiunque ogni singola ossessione, a credere che passerà, a non stare sul bordo del precipizio e pensare che sarà comunque il soffio di vento e mai il coraggio a buttarmi giù. Io non ce la faccio a non essere malata terminale con gli spasmi e il coma e tutti intorno al letto d'ospedale.
Quindi alle quattro di notte, su via dei coronari, seduta sempre sullo stesso gradino dello stesso negozio, con il tizio che porta i cornetti al bar che ormai mi riconosce e saluta, io mascherona di ansia e freddo che ascolto in loop lo stesso pezzo e bestemmio dio e la madonna e cerco le forze e mi dico che tra sei mesi non starò sicuramente così e tra sei mesi qualcosa sarà cambiato e faccio finta di non ricordare che sei mesi fa era un'eternità e se succedono tutte le cose che sono successe in sei mesi, io stavolta ci muoio sotto, di stanchezza e indecisione e ansia da prestazione.
E tra l'altro sei mesi fa era inverno.
E lo è ancora.
E il pezzo è questo.
E allora capitemi.






venerdì 17 maggio 2013

diciassettemaggioduemilatredici

La camicia bianca di Banana Republic scarto dell'armadio di mia suocera,
spiaccicata sui ragnetti rossi minuscoli che sono solo un puntino, quelli che giocavo a uccidere con mia sorella e mio cugino alessandro da piccola sui muri farinosi di una sardegna che poi è sprofondata.
Le fragole del despar che non sanno di nulla, che dalla busta sembrano sempre perfette, poi le apri e sotto sono ammaccate e violacee, e servirebbe un coltello, due limoni e tantissimo zucchero per dar loro una parvenza d'estate e invece ho solo la fontanella dove il barbone si lava la mattina, poveraccio lui.
Le mutande scomode ma carine, che però non stanno bene di colore nè coi ragnetti nè con le fragole, e tanto vale allora non spogliarsi oggi, resto vestita, tanto la nudità se vuoi è come l'acqua, si infila, ti bagna e ti si asciuga poi addosso.
Il tizio di Bracciano che mi lancia i soldi invece di poggiarli delicatamente sul tavolo, che se c'è una cosa che mi fa andare in bestia è questa, ma tranquillo amico braccianese, non è colpa tua che sei un bifolco di merda, sono io che coi soldi sono sempre a disagio.
Le chiacchiere in loop delle colleghe di là, che non so se è cortesia o semplicità o un problema di memoria a breve termine, ma un giorno io, e lo giuro davanti a tutti, mi alzerò e urlerò che sta cazzata di tuo nipote che da piccolo dormiva con te e del padre non ne voleva proprio sapere, voleva solo te e la madre, porca eva l'hai detta seicento volte ed era retorica e triste anche la prima, e graziaci, cristo che cazzo, e pensa a tuo genero che povero lui, non doveva essere piacevole.
"E la conosci questa sensazione, questo senso di vuoto senza una ragione".
Le sigarette che non compro, l'accendino che mi porto comunque dietro, la voglia di fumare ogni tanto e l'inutilità del farlo, le gambe lisce, la panzetta, la frangia lunga che non ho la fronte, sentirsi fuori come sono dentro, dirsi di sì, ogni tanto.
"Ma la conosci bene questa sensazione, è una specie di ottimismo senza una ragione".
Le cose da scrivere, quelle da dire, quelle da stare solo zitti, quelle da ripetere, quelle da fare finta che mai sentite, quelle che poi lo sappiamo comunque che le abbiamo dette, i taciti accordi, le mani avanti, le spalle indietro, la pancia in dentro.
I 5 euro nuovi, che ieri sera i Valeri ridevano e "volete vedere la faccia dello stupore?" e la facilità con cui la gente è normale quando vuole, sentirsi a casa ovunque, non avere nemmeno il problema di stare con le spalle verso il muro, neanche il fastidio di avere gli estranei che mi camminano dietro.
I venerdì puliti e in ordine, i ritorni nella casa che mi somiglia che valgono la pena di fare un bilancio e dirsì che in fondo poi tutto in merda non è poi andato.
La dipendenza.
Le aspettative.
La dipendenza dalle aspettative.

giovedì 9 maggio 2013

La labirintite

So cosa scrivere ma non so per chi.
Che sembra si siano tutti risvegliati e improvvisamente girati verso di me a dire "e tu?". 
E io? 
Quando ero piccola una volta rubai uno scotch colorato a mia sorella. Doveva essere molto costoso o molto prezioso e mi ricordo di averne usato un sacco, per fare bellissime cornicette intorno a delle scritte sul diario. Erano due rotolini verde e fucsia fluo, il nastro era satinato e la colla era di qualità, potevi staccarlo e riattaccarlo senza che strappasse la pagina. Era davvero fico.
Mia sorella non voleva che lo usassi naturalmente, eravamo in quell'età in cui le cose che possiedi fanno di te una ragazza o una ragazzina (uscire con la borsa o no, avere una cipria tutta tua e non quella di tua madre), lei forse era al liceo e io insomma, quasi quattro anni di meno. 
Lo avevo rubato, usato e avevo fatto finta di niente. L'ho rifatto mille volte con tante altre cose, rubare non è mai stato qualcosa di cui sentivo il peso, né l'eccitazione. Lo volevo, lo ottenevo, bravi tutti.
Quella volta mi sgamarono, ché solo se hai paura non ti fai beccare e io invece paura proprio mai, purtroppo proprio mai. Purtroppo proprio mai. 
La bufera. Lei incazzata come un'aquila, io che negavo fino alla morte. I miei genitori non particolarmente interessati alla diatriba in corso credettero di risolvere tutto chiedendomi di mostrare a mia sorella il diario per convincerla che ero innocente. Glielo mostrai, faccia come il culo, a distanza, sostenendo di aver usato dei semplici evidenziatori, ma comunque non è di questo che volevo scrivere, scusate ma già non mi va più, è che sembra sempre di dover trovare un cazzo di tema, una cazzo di storia e far leggere tra le righe una verità che sono troppo simpatica per raccontare così, a crudo, e se siete profondi voi la capirete e avremo stabilito un contatto intellettuale emotivo spirituale solo nostro. E vorrei una posta del cuore, qualcuno che mi dia un argomento che possibilmente non mi coinvolga, che ho un sacco di opinioni su tutto e non vedo l'ora di trovare quelle parole illuminanti che tanto vi piacerà ricordare a proposito dei cazzi vostri, così mi direte che nessuno vi aveva mai detto una cosa così intelligente e ho capito proprio tutto e io torno a casa super vincitrice e ho ancora il mio scotch colorato e al massimo ok, ho mentito e sono un po' più meschina e di merda di ieri, ma sopravviverò. Che del resto è tutto un accorgersi di quanto lo siano gli altri prima di capire quanto devi fingere di non esserlo tu, l'importante è lo scarto non è l'assoluto, e le migliori giornate della mia vita le ho passate con amiche più grasse di me.
Mangio caramelle balsamiche che mi fanno schifo ora, perché ho la tosse da una vita e probabilmente sono malata ma non ho voglia di curarmi, ho voglia di stare male e resistere e lamentarmi e pensare a me come a una gloriosa eroina dei nostri tempi che sopravvive al mal di gola e allo sfinimento, alla stanchezza e alla consapevolezza, al rimorso dello scotch colorato e all'arroganza di non esserne ancora oggi pentita. 
Una guerriera di sto cazzo, una che si inventa gli incidenti solo per mostrare le ferite.


domenica 5 maggio 2013

Pensa che stronza.

Sta cosa che parlo tantissimo deve finire.
Che poi dico sempre le stesse cose, che mi avanzano sulla lingua, che non la sto usando poi in altri modi particolarmente interessanti ultimamente, quindi mi perdo il pubblico per strada e non so mai a chi ho detto cosa quindi mi sbaglio e divento ripetitiva oltre che fortemente egoriferita e anche un po' stufa di ascoltarmi io, da sola.
Io, da sola.
Soffermatevi sul concetto.
Certe canzoni servono solo a farti fare così con la testa, e dio le benedica, e invece con altre ci sono epifanie sparse in giro, frasi che avrei voluto scrivere anche io, se sapessi scrivere come vorrei e non così, anche se in fondo c'è gente che deliberatamente non legge i russi quindi posso sempre ritagliarmi una fetta di mercato tra dei perfetti pazzi immeritevoli degli occhi, come ho cercato di fare, senza successo. O comunque con un successo poco riscontrabile e facilmente rimborsabile, che manco nei peggiori bar di Caracas.
E credo ancora di poter riavere quella sensazione di apertura e spazio intorno che avevo a 13 anni con la comitiva del mare, quando piena di sale e di nivea me ne stavo in spiaggia alle sette di sera con gli slip del costume e le tette di marmo ancora mai toccate (ancora mai toccate, rendiamoci conto, ancora mai) sotto una maglietta bianca e celeste scolorita homemade o forse comprata a via sannio che adoravo e mi faceva sentire così rappresentata, così me stessa nelle foto. Che le foto poi sono tutto. Più le foto che essere me stessa. E agosto durava sei mesi e settembre era solo una proiezione e un racconto e ottobre era studiare e novembre era maglioni e dicembre era regali e gennaio era maturità e febbraio era ribellione e marzo era compleanni e aprile era canottiere e sole in terrazza e maggio non esisteva e giugno non esisteva e luglio non esisteva, esistevo solo io e chi volevo io e chi volevo io esisteva solo grazie a me.
Poi è cambiato tutto, credo sia perché ho frequentato uno che stava in parrocchia, e quando ero con loro sentivo tanto l'urgenza di marcare la differenza, per esempio mi tagliavo i capelli come loro mai avrebbero fatto, e forse è lì che ho iniziato a essere io TRA la gente e non io E la gente, volendo anche staccate, anche affanculo una con l'altra. Io in mezzo alla gente, sempre immersa, invischiata, coinvolta, la percezione di me come di un enorme e dio-che-due-coglioni dov'è Wally vivente in ogni situazione, in fila dal dottore, al lanificio, in un letto, agli esami universitari, su twitter.
Che non so davvero come sia possibile che non ho una reflex.
Saranno i soldi.
Può essere per i soldi sì.
E insomma le tette adesso sono meno di marmo e la nivea so che ti fa spellare e agosto dura al massimo due settimane e alle sette di sera di solito sono già distrutta e forse sto facendo l'aperitivo e ce l'avrei ancora il coraggio di cantare Quanto ti voglio da sola a voce alta con un tizio con la chitarra che riesce a suonare da sdraiato e un po' sta cosa mi piace, ce l'avrei o no?
Secondo me no.

Pensa che stronza.



giovedì 2 maggio 2013

Il corpo non mente


Non me la ricordo bene la prima volta che ho fatto sesso.
Non ero nella mia città però e mi ricordo che dopo averlo fatto ero così giovane che sono dovuta andare a dormire in camera con le sorelle di lui, perché la madre non ci faceva stare insieme, e non dormivo e pensavo dio mio l'ho fatto dio mio l'ho fatto dio mio l'ho fatto, che sarà cambiato da ieri che lo infilava ma non tutto tutto fino in fondo?
Che tenerezza.
Poi ne abbiamo fatto tantissimo di sesso, ogni pomeriggio, prendevo l'autobus apposta, mi piaceva da pazzi, poi ci siamo lasciati e ce ne sono stati altri, e per dire con quello subito dopo ero talmente libera che (eppure ero piccola) gli ho chiesto "quand'è che ti vedo nudo?" la seconda volta che uscivamo. Lo stesso che poi una volta mi ha tenuta, in salento, per due ore a gambe aperte per farle il ritratto. Farle, non farmi.
Mi amavano però, anche quelli che mi hanno vista proprio poco, ché forse il sesso libero dà un po' quella dipendenza euforica che è un attimo scambiare per amore, e infatti i Ti amo che mi hanno detto mentre venivano, chi ci ha mai creduto. E manco me ne fregava nulla.
Poi una volta ho finto l'orgasmo. E ho capito che era finita. In macchina, da dietro, io piegata con la testa tra i due sedili, una bottiglia di ferrarelle mezza vuota appiccicata alla pancia, ho finto ma lui lo sapeva infatti poi ci siamo lasciati ma ho pianto e strillato lo stesso, ho pensato che avrei potuto fingere ancora e ancora e sti cazzi dell'orgasmo io voglio solo che mi ami e mi tieni e alla ferrarelle mi abituerò, te lo prometto mi abituerò.
Che tenerezza.
Poi ci sono stati i non pervenuti, gente da avanscoperta, da ginnastica, magari ottima, divertentissima, ma non saprei nemmeno ricordarmi come sia arrivata a stare nuda di fronte a loro, ammesso che davvero nuda di fronte a qualcuno io lo sia stata mai, per cui ok, mi ricordo il piacere, il desiderio, mi ricordo l'altalena tra il timore di avere un corpo che forse non piacerà e il sentire che quel corpo lo vorranno comunque, darglielo in mano (giocaci è tuo), riprenderselo indietro mai più bello o più brutto, solo stanco e usato e usato bene e comunque ancora mio.
Chissà se poi l'ho persa la libertà, chissà se funziona anche quando sei innamorata da tanti anni che il corpo in fondo non te lo riprendi più, lo lasci in giro per casa, e ti fidi di chi lo trova, come col bancomat. Come col passaporto.
Chissà.
Che tenerezza comunque.

E che palle.