giovedì 26 settembre 2013

Tender is the night lying by your side

Se esiste qualcuno in grado di abbracciarmi come serve, arrivi ora o taccia per sempre, che a per sempre io non ci arrivo se non si sbriga e morire di crepacuore e di respiri troppo lunghi e di singhiozzi non era nei miei piani, almeno per ora, ma di piani io del resto non ne ho più, quindi è un'eventualità che giammai mi sento di escludere.
Il coma, ho scoperto, fa preoccupare più di qualsiasi altra cosa al mondo anche se è indotto perché io finché non mi hai parlato ho smesso di respirare e non lo so, credevo che avrei ricominciato in maniera piuttosto spontanea invece no, è un processo lento e molto meccanico, molto petto su e giù, molto ossigeno al cervello e riprendiamo le funzioni vitali, ché serve a tutti e ora non posso davvero crollare, forse verso aprile o maggio sì, adesso no.
E nel frattempo non solo galleggiare ma nuotare contro corrente, fare surf, tenersi in equilibrio sulla tavola contro lo tsunami giapponese e intanto non c'è immagine migliore nella mia testa del silenzio che c'è sott'acqua, fosse anche mentre stai affogando, quel silenzio, la luce da sopra, tutto bagnato, niente da salvare. O si va giù, o si torna su. Non ci sono alternative.
Basta arrancare, basta dai. Arrancare è francamente brutto.
E vorrei che fossi qui stasera che altre volte ha funzionato, vorrei che fossi mio.
Il coma, ho scoperto, ti abbassa le spalle, e lo sono proprio, più bassa e più bianca e gli occhi non è un'impressione dovuta al poco sonno, gli occhi davvero sono più grandi, così quando piango mi si riempie sta mezza faccia di lacrime e dimmi cosa devo volere di più di quando a Rimini abbiamo cantato tutti quanti sudati Tender ognuno per cazzi suoi come se dovessimo tutti far pace con qualcosa e chiedere un attimo di respiro, fradici di stanchezza e di felicità, nel posto giusto con l'aria giusta nella gola, a usarla nell'unico modo che adesso mi farebbe trovare la forza di tirarla fuori.
E non per questi micro sospiri mediocri di paura.
Braccia alzate, gambe aperte, sufficiente alcol in corpo, occhi chiusi e

Oh my baby,
oh my baby,
oh why,
oh my.





giovedì 19 settembre 2013

Parliamo di sesso. Prendete appunti.

Parlo spesso di sesso, mia sorella dice che ne parlo quanto una fashion blogger parla di smalti, il che è abbastanza preoccupante.
Parlo spesso del "mio" sesso, di quello che faccio o non faccio, di quello che non ho fatto e farei e racconto un sacco di storie che mi vedono nuda protagonista nuda senza pudore e senza pietà.
Non esiste un modo di parlare di sesso senza scatenare quel friccicorino pecoreccio in chi ti legge, e da quando esiste la piaga sociale dell'attention whore vi vedo che siete tutti lì ad aspettare che si intraveda in lontananza un accenno di tette dall'autoscatto.
Non c'è modo di essere liberi, non ci disferemo mai dalla vostra vergognetta moralista del sesso e del corpo, nemmeno ora che le barbare d'urso dicono "cazzo" in tv.
Quindi, poichè questo blog ha come unica ragion d'essere quella di liberarsi di pesi e sassolini e spandere verità nelle case degli italiani, io direi

Top 5 delle aberrazioni problematiche sessuali più comuni:
come starci dentro e come uscirne
1- Lui puzza: mi rifiuto di credere che ci siano donne che non si lavano, nel mio mondo fatato la coda del terzo giorno non salva i capelli dal senso di colpa dello shampoo mancato, quindi mi concentrerò sui casi in cui è lui, quello ad avere una scarsa igiene personale. Se lui puzza scappate a gambe levate, non si può fare nulla, può avere un pene rabdomante con un doppio spinotto di ebano, ma se puzza non si va avanti, non funziona, crolla tutto. Il pene d'ebano è sprecato. Proponete una volta, una sola, di fare la doccia insieme, se capisce è ok, altrimenti è un NO.
2- La cilecca: a.k.a. "amore ti giuro è la prima volta che mi succede". Qua le chiacchiere stanno a zero, raccontiamoci pure che forse si era masturbato prima, forse era troppo emozionato, che è stato bellissimo lo stesso, in realtà ci sono solo due reazioni possibili:
A) se ci andava di farlo o lui è un maledetto criptoimpotente che meriterebbe le corna (per quelle sicure di noi) o noi siamo dei cessi incapaci di tenere dritto qualcosa senza l'ausilio di un bastone e fil di ferro come si fa con il ficus benjamin in terrazza.
B) se non ci andava di farlo dio lo benedica, via il dente, via il dolore, la prossima volta si sentirà così in difetto che il sesso orale durerà il doppio. Il benessere della coppia è salvo e buonanotte a tutti.
3- L'eiaculazione precoce: crolla anche l'ultimo tabù, oggi ero a Radio Rock a chiacchierare di sesso e seguivamo su twitter l'hashtag #1su5, di una campagna di sensibilizzazione sul tema. Gli ascoltatori hanno raccontato di stiramenti di piedi per ritardare l'orgasmo, di gente che si infligge dolore fisico, di nonne nelle bare ricordate subito prima del godimento e io non ci voglio pensare che l'alternativa a uno che dura tre minuti sia uno che pensa alla madre il giorno dell'incidente. Mi viene la tristezza e non me lo merito. Fatevi un giro per i tweet che di oggi e scoprirete un mondo di uomini concentrati sulla tabellina del 7.
4- Il muto: ho fatto sesso con uno una volta talmente muto che potevo sentire i rumori dei lavori nel palazzo davanti. Non fate battute su seghe e martelli che non ce n'è. Non potete stare zitti, amici, non si fa. Non dico di buttarvi sulle migliori sceneggiature del porno (una volta ho fatto sesso con un altro così fissato col porno che veniva in inglese), ma esistono delle parole e delle parolacce necessarie a far sì che ci si diverta, non abbiate paura di usarle, che in quel contesto va tutto bene e nessuna si metterà a piangere se la chiamate troia.
5- Il millantatore: brutta malattia dei nostri tempi, dove a volte il desiderio sessuale nasce e cresce nei messaggi privati di FB o su Whatsapp. Quelli "te pijo e te rivolto" di solito nel live non funzionano. La naturale predisposizione delle donne all'illusione e la convinta convinzione che con un po' di pazienza gli faremo capire cosa ci piace sono il terreno fertile per la prolificazione di germi del genere. Poi, vabbè, le donne sono uguali, che a sentire le amiche sanno fare tutte dei pompini pazzeschi e a sentire gli amici non ce n'è una che non gli lasci il solco con i denti (quello che qualche saggio chiama "effetto rigatone"). Siate sinceri voi in chat e noi lo saremo con voi durante il rapporto, mi sembra uno scambio equo e un bel passo verso la fine della fantascienza. L'orgasmo vaginale non esiste e voi non avete davvero quei 24 cm, lo sappiamo entrambi.
La top 5 è chiaramente di cinque, ma già solo scrivendo il post, con un amico ne sono usciti fuori altri mille (quello che piange, il prestazionale che si guarda allo specchio, quella che non pratica la fellatio, ecc).
Tirateli fuori, nel vostro completo anonimato.
Invece se volete fare i loro nomi, è servizio pubblico e dio ve ne renderà merito.
Grazie.




lunedì 16 settembre 2013

In caso di pioggia

Stanotte alle 4 ero in piedi davanti alla porta finestra della camera da letto a guardare Via Tiburtina che si allagava.
Credo di non essere stata mai così sola e così felice in tutta la mia vita, nemmeno la prima volta che i miei sono partiti e ho avuto la casa tutta per me, anche perché i miei non partivano mai.
Non vivevo in un posto con abbastanza niente davanti da un sacco di tempo: prima c'è stato il seminterrato a San Giovanni, che ho odiato per le blatte e amato per le cene, ma la mia finestra dava sul motorino di Alberto e la scritta "non votare" sul muro del palazzo davanti, non una particolare vista, certo.
Quando sono arrivata in quella casa, equidistanti dal portone c'erano un forno con la pizza bianca più buona di Roma e una videoteca, mi sarebbe bastata una libreria al centro e avrei avuto tutto quello che mi serviva.
Poi dopo anni e molte liti, screzi da ragazzini in sfogo di aggressività che forse si annoiano o fanno poco sport, ho cambiato casa e prospettiva.
Dal seminterrato al terzo piano, dalla videoteca al Chiostro del Bramante. I miei vicini dirimpettai non c'erano mai, tenevano le finestre sempre chiuse, il che ci aveva convinti a non mettere tende, che anche girare nudi non era un dramma e fare l'amore sul divano in soggiorno, anche se poi, vabbè. Quelli del secondo piano invece c'erano sempre. Mamma, papà, bambino maschio e bambina femmina, ricchi, un tappeto colorato come un quadro di Boetti, la pizza il giovedì cascasse il mondo, le feste di compleanno con i palloncini viola. L'unica bambina non su un catalogo di moda, che indossasse davvero un tutù di tulle l'ho vista in quella casa, dalla finestra. Erano bellissimi, forse un pelino artificiosi, ma sicuramente mi sbaglio.
Stanotte niente famiglie, niente videoteche, davanti alla mia finestra, partendo dal basso, c'erano un giardinetto, dei lavori in corso, la corsia di macchine che va verso destra, quella che va verso sinistra, un bar chiuso, un negozio di ottica chiuso, un ristorante cinese chiuso, una radio così chiusa che secondo me nemmeno esiste.
Sono stata in piedi a fissare le pozze d'acqua ingrossarsi e la pioggia incessante (la pioggia è sempre battente o incessante, fatevene una ragione) per mezz'ora e non è passato nessuno. Tutto buio. Solo lampioni e gli scrosci (ah la pioggia è anche scrosciante) strattonati dal vento.
Parlavo da sola, tanta la gioia, mi concedevo quelle esclamazioni che davanti agli altri ti fanno sembrare cretina, o una bambina ricca col tutù.
Oggi vado a vedere la probabile quinta casa della mia vita.
Ho capito che mi serve una vista, una qualunque, in caso di pioggia.

sabato 14 settembre 2013

Top 5: Le cose giuste da dire e altre cose abbastanza medie.

Mica dormo più.
Secondo me perché nessuno mi porta a dormire, nessuno che all'una mi dica "oh io mi lavo i denti e dormo" e quindi magari anche io.
Così si crea la quotidianità, per buon senso, affetto e vabbè a sto punto ok.
Se non c'è nessuno le 3 di notte diventano come quelle del pomeriggio e maledetto Twitter, c'è sempre qualcuno sveglio e si può sempre parlare parlare parlare e postare musica e vedere la tv e mangiare una, due, sei caramelle Rossana che si attaccano al lavoro del mio dentista.
Dovrei trasferirmi in un dormitorio col coprifuoco.
In America gli amici si baciano sulla bocca o succede solo al cinema e in tv? Jenny di Forrest Gump (un giorno vi racconto di quanto odi Forrest Gump), se non sbaglio, bacia sulle labbra il Tenente zoppo quando si incontrano al matrimonio, e Dylan e Donna di Beverly Hills 90210 a Natale si fanno gli auguri così.
Noi no.
I Russi sì.
Noi no, se baci un amico lui pensa che tu voglia scopare ed è del tutto irrilevante che tu voglia davvero farlo, perché tra amici non si scopa in Italia, tra amici ci si vuole solo il bene degli angeli. Però poi il pisello un po' ti tira.
Sono andata a vedere una casa nuova, ma era una casa vecchia e allora niente.
Non vado al cinema da un decennio, da precisamente 20 giorni e credo sia arrivato il momento di parlare di tutte quelle cose che se le dici alla gente piaci, ché io modestamente sono maestra e un sacco di estranei mi stanno dicendo che tutti mi amano, ma credo sia gente che conoscono solo loro, del resto gli amici dei miei estranei sono miei estranei.

Top 5 delle cose giuste da dire, così, estemporanea:
- VADO AL CINEMA DUE VOLTE ALLA SETTIMANA.
Bravissimo, il cinema è arte, è dibattito, non come noi stronzi davanti a Realtime. Peccato che nessuno vada al cinema due volte alla settimana, nemmeno quelli che ci lavorano, perché costa un sacco e francamente bisogna uscire, vestirsi, mettersi le scarpe, decidere se primo spettacolo e si mangia dopo o secondo spettacolo e si mangia prima, controllare l'orario su Trovacinema e insomma un sacco di cazzi, me lo scarico e lo vedo a casa o aspetto che lo facciano su Sky. Ma se lo dite alle cene tutti contenti e oooh.
- SE DIVENTO UNA DI QUELLE MADRI, UCCIDIMI.
Lo dicono tutte durante la gravidanza. Già assurdo fidarsi di chi sceglie di riprodursi, è gente che non sa riflettere, che agisce di impulso, che viene dentro, figuriamoci se sono capaci di considerazioni a lungo termine come la trasformazione del carattere, il monitoraggio della personalità. Nessuna vuole diventare come la collega dell'ufficio che parla della cacca del pupo che stamattina era verdolina, eppure sono circondata da adulti che mi chiamano "zia", in vece di mute creature adorabili che prima capiscono il bello di andare a studiare all'estero e meglio è.
- L'HO VISTA A NEW YORK.
Qualsiasi cosa sia. Una mostra, un'attrice, un libro in vetrina, una moda, una stronza puttana che stava in quarto ginnasio nella classe accanto, una macchina, una borsa, qualsiasi sia l'oggetto della frase, se l'avete vista a New York fa tutto un altro effetto.
Parliamoci chiaro: un film è uguale, sia se lo vedi all'Intrastevere sia se te lo proietta in casa il regista massaggiandoti le spalle. Quello è, il film, che cazzo di valore aggiunto sarebbe New York? Però provate a dirlo e sarete avvolti da un'aura di autorevolezza internazionale e sembrerete più interessanti, quasi ebrei.
- MI SVEGLIO PRESTISSIMO ANCHE NEL WEEKEND
Per me siete malati, ma al grido di "che bella la tranquillità della domenica mattina, che bello avere il tempo di fare tutto con calma" conquisterete l'uditorio. Vi si immagina immediatamente come Csaba, a raccogliere lavanda nel bosco fuori casa o come Hemingway a pesca, pieni di cose da fare, con un sorriso beato e serenità sparsa ovunque, voi che del Take yor time avete fatto una ragione di vita e evidentemente non vi invitano alle feste. Io torno alle 4, non mi strucco, la mattina dopo faccio cagare e comunque lavoro. E durante la settimana c'è quella storia lì del non dormire, vedi sopra.
- LA CRISI NON ESISTE DAVVERO
L'ho detta a una cena l'altra sera, ha funzionato, ci ho creduto pure io. Il senso è: la crisi esiste per quelli che devono fare un lavoro, per quelli che devono produrre lavoro, inventarselo, crearlo per gli altri, non esisterà mai. Una frase da stronzi così mai nella vita, lo so. Presuppone due condizioni:
A) che quello a cui lo state dicendo faccia parte dei buoni, e in quel caso è una frase di augurio, della serie "vedrai, sei troppo sveglio per stare fermo con le mani nelle mani";
B) che quello a cui lo state dicendo sia un coglione, e in quel caso state approfittando della vostra superiorità intellettuale e voglio dire, non c'è bisogno di essere cattivi e infierire sul cadavere, usate quella del cinema due volte alla settimana e vincerete ugualmente.
Con quella di New York poi vabbè, proprio lo stracciate.

mercoledì 11 settembre 2013

Tema: IL MIO PRIMO CONCERTO. Svolgimento:


Quando Bastonate chiama io ripondo.
Con quella punta di orgoglio di far parte del giro giusto di quelli che scrivono bene, e un po' di paura perché io @disappunto lo leggo come si legge Joyce, che tu speri di capirci qualcosa, ma c'è tanta di quella roba dietro che non saprò mai, roba di dischi e culture musicali negate a noi bambine col cuscino di Eros Ramazzotti (true story).
Ci provo lo stesso.
Il tema è il primo concerto e io già sto in crisi.
Ho avuto diversi primi concerti nella mia vita.
Il primo con i miei, a sentire Ivan Graziani alla Festa dell'Unità (quando ancora esistevano entrambi) (non i miei, Graziani e la Festa dell'Unità) (i miei tutto a posto, grazie) durante il quale, seduta comoda sulle spalle di papà ho ciucciato il liquido di una collanina fluorescente dando vita all'aneddoto "Daniela con la lingua come Hulk" che ancora mi perseguita ogni natale.
Il secondo, ma primo concerto degno di questo nome, sempre con i miei, al Circo Massimo, a sentire Antonello Venditti gratis, non ricordo l'anno, l'internet dice che era il 1984 ma sembra strano, i ricordi sono troppo vividi per pensare di aver avuto due anni, quindi aiutatemi a ricostruire. Ti ricordi quella strada, eravamo io e te, e la gente che correva, e gridava insieme a noi, e tutto quel che voglio, pensavo, è solamente amore e la più profonda gratitudine verso dei genitori che ti fanno trovare musica del genere nelle cassettine dell'autoradio e un premio speciale a papà che mi portò a pisciare tra due macchine tenendomi sollevata come un capretto giusto a due canzoni dalla fine, perdendosi (perdendoci) il meglio.
Il terzo concerto, che è quello che racconterò, ha aperto una stagione gloriosissima che è terminata quando Renato Zero si è definitivamente rincoglionito, ma qui si parla del 1993, avevo undici anni e il disco era Quando non sei più di nessuno, che ha regalato perle come Casal dè pazzi (ai confini di un mondo dove i poeti non crescono più) o Oltre ogni limite (sentirti respirare in me, avverto un brivido, sei come un vento che non c'è), roba che non mi sento di rivendicare se non affettivamente parlando, ma se la becco alla radio ancora godo parecchio.
I concerti di Renato Zero a casa mia, data la genitrice sorcina che da regazzina faceva sega a scuola e andava a ballare al Piper con i Collettini e i Collettoni, erano vissuti come una specie di rito di iniziazione, un momento della crescita irrinunciabile e di profonda unione familiare.
Io, mamma e Silvia, Stadio Flaminio, fascetta d'ordinanza che è stata conservata fino a davvero pochi anni fa, bottigliette d'acqua con tappi di scorta perché negli stadi già li sequestravano all'entrata e il super trick di avvolgere la macchina fotografica nella carta stagnola come fosse un panino, così da poter fotografare la qualunque e andare il giorno dopo a sviluppare il rullino (la parte migliore era comunque sistemare le foto in ordine di grandezza di Renato nell'album con le bustine trasparenti appiccicose). Si stava sotto il palco, che si doveva ballare e stare in mezzo alla gente, e fatti quei venti minuti di conto alla rovescia in cui ha senso urlare "zero" alla fine, usciva lui.
Baraccone come pochi, commosso come una nonna, nel '93 ancora abbastanza magro ma già piastrato, con una voce della madonna che, spiace dirlo, non avrà mai più.
Iniziava con La favola mia e finiva con Più su, in mezzo c'erano le mie preferite di sempre (Inventi, Spiagge e Morire qui) (dai Morire qui ascoltatela) e soprattutto io cantavo, cantavo come mi sa che non ho mai più fatto nella vita. Ero piccola, c'era della gente assurda intorno, che insomma il pubblico di Renato Zero non è proprio il più raffinato di tutti, ma una stronzo che mi prendesse in braccio per farmelo vedere mentre si dimenava sul palco con il frac si trovava sempre. Renato chiacchierava un sacco durante il concerto, diceva cose che a risentirle oggi mi vergogno anche un po', ma all'epoca mi sembrava incredibilmente saggio, e forse la mia fissa di ossessionarmi sulle frasi delle canzoni è iniziata lì.
Nel senso:
"Vivo, il mio alibi è che vivo"
se non è la mia bio più perfetta di sempre io non so davvero dove andare a cercare.
Comunque l'ultimo concerto che ho visto sono stati gli Arctic Monkeys e mica mi sono divertita così.


Il post da cui tutto è partito, quello dell'autore autorevole, lo trovate qui, ed è bellissimo.

sabato 7 settembre 2013

All'amore.

Incredibile quanto il cervello si incancrenisca a volte, come uno scemo.
Ho accettato un lavoro enorme, un'occasione che aspettavo da tanto e finalmente è arrivata, e penso tutto il tempo all'amore.
Non ce l'ho un altro modo per chiamarlo, abbiate pazienza, fa schifo anche a me, trovatemi un'altra parola, lo so che questa toglie ogni dignità narrativa a quello che scrivo, ammesso che ne abbia mai avuta una, lo so che se dico scopare vi divertite di più, ma io penso solo all'amore all'amore all'amore all'amore agli amanti all'amarsi all'amore all'amore all'amore. All'amore all'amore all'amore all'amore che mi viene da mettermi una mano larga all'attaccatura del collo, sotto la gola, e spingere forte e sentire le ossa.
Non ho una casa e penso all'amore.
Non ho il ciclo da un anno e penso all'amore.
Ho da leggere 351 pagine di un libro per domenica e penso all'amore.
Ho una bolletta wind da 243 euro per aver sforato il traffico voce e penso solo all'amore.
Dovrei riflettere sulle pippe che attacco alla gente e su quanto mi parli addosso per riuscire a sforare il traffico voce e penso all'amore.
Mi tocco e penso all'amore, non mi tocco e penso all'amore, mi tocco la fica i capelli le gambe le bolle di mille zanzare e penso all'amore, parlo con chiunque e penso all'amore, sto zitta da due ore e penso solo amami cazzo, amami fortissimissimo, con gli occhi gonfi e le labbra doloranti e niente mutande solo lenzuolo e tantissimo mare e chiunque tu sia fa in modo di essere l'amore e credibile e potente, fa che tu abbia il corpo adatto a portarlo in giro, fa che esista un'altra voce come la mia perfetta per ridere e dire porcate, fa che mangi, fa che balli, fa che esca e che voglia portarmi a casa, fa che non mi deluda, come quando vai al cinema a vedere un film da un libro che guai a chi te lo tocca e non vuoi per nessun motivo al mondo restarci male.
Fammi un bel film.
"Che cosa scema chiedere come stai a una che scrive sei volte al giorno come sta".
Come sto? Pronta.
Aspetto, con la valigia all'ingresso e massacrandomi le dita.
Aspetto.
E penso all'amore.

lunedì 2 settembre 2013

Molto più single del Papa

Penso che dovrò ricominciare, prima o poi, a bere dell'acqua, a cucinare, a dormire tutte le notti e penso che forse l'inverno serve a questo.
I capelli che crescono mi danno la sensazione del tempo che passa, e non è un caso che per gli ultimi tre anni mi sia rasata mezza testa due volte al mese, ma ora sono pronta a lasciarli uscire da un cappello, a sentirli tanti e morbidi sul collo, a spostarli di lato mentre faccio l'amore.
Le mie cose non sono con me, i miei libri, i miei cappotti. Sono equidistante dagli oggetti della mia vita, tra il volerli di nuovo e l'aver capito che forse non me ne faccio nulla.
Quindi scelgo. Seleziono.
Il cappotto blu comprato al vintage al chilo, che non mi copre abbastanza quando fa freddo ma mi fa sentire splendida.
Che tu sia per me il coltello, con la copertina inquietante con la donna che piange. Molto forte incredibilmente vicino, perché devo scriverci un pezzo e ho bisogno dei miei appunti. Le due copie di American psycho, una da leggere e una da masturbarsi con le pagine con le orecchie. Barthes, Benjamin, Pompeo, quelli ancora mai letti e Martin Parr.
La foto dei miei genitori che si baciano fatta con Holga, quella di Venezia e quella di me minuscola a Misano adriatico vestita da hawaiana che tengo in mano due ananas.
La Kitchenaid, per quando mi tornerà voglia di ospiti.
Il resto forse lo regalo, lo vendo, gli trovo un posto che prima era vuoto e che forse lo resterebbe comunque, ho una tale quantità di borse nere che la metà basta per tutti i funerali della mia vita.
A volte mi capitava di parlarti di quello stupore
ma siccome non l'hai mai capito alla fine l'ho dimenticato.
Ma come fanno in Africa ad amarsi con il caldo che fa?
Non ho voglia di velocità, né di facili novità. Oggi per esempio ho parlato la prima volta alle 19 e 40 e me lo sarei anche risparmiato. Sento volentieri il rumore dei miei passi in casa, non ne approfitto per riflettere, solo cammino, mi sposto da A a B, presto non avrò tutto questo spazio intorno e non ho forse fatto tutto per questo? Mi godo il presente, appena non mi piace più lo cambio.
Se ti dicessi "entriamo" ti faresti cavallo profumato ed io cavaliere gentile,
ma è solo la suggestione del presentatore
in una sala pulita non ho niente da fare
( e sul cesto della frutta danzava la lenta agonia dei desiderata).
Mi sto disabituando al pentimento, al senso di colpa, stavolta non per autoassoluzione. Ho allargato, come se ce ne fosse ancora bisogno, le maglie di una libertà che non è solo concetto, ma è proprio movimento, e ci sto lentamente rinfilando la tenerezza. Non quella amicale che resta quando tutto finisce, piuttosto quella dell'inizio, di quando ti scopri con qualcuno e non hai paura di essere brutta o ridicola o di dire la cosa sbagliata. Mi sento piccola, compatta e pronta a imbarazzarmi e va bene così. Sono pronta per la mancanza di perfezione, per i punti neri e le canzoni di merda nei cd della macchina.
Voglio le medaglie e i rovesci.
E i gabbiani volano sul mare
i gabbiani volano sulla discarica amore.
Questa è la vita, è chiaro, adesso l'hai capita?



Ps: I corsivi sono gentilmente offerti da Management del dolore post-operatorio. Nell'ordine qui, qui e qui. E nella mia testa, da qualche giorno, di continuo.