giovedì 19 dicembre 2013

In caso di pericolo

Ho delle chiavi di una casa nuova, è oggettivamente una figata. 
So già che ci starò bene perché ho imparato a stare bene un po' ovunque e se penso che da ragazzina non volevo dormire a casa di zia Sissi perché avevo paura, insomma sono cresciuta e nella direzione giusta. 
Sono innamorata e tra un po' è Natale. 
L'ho detto più volte ultimamente che sono innamorata, per me va bene se pensate che sia superficiale, magari avete ragione o forse un giorno intraprenderò una mia personale crociata contro il vero amore con la A maiuscola e l'impegno e la costanza e la storia e le fondamenta e il rapporto e tutta quella roba che poi a occhio e croce giustifica, più che la vicinanza, l'allontanamento, e "stanno in crisi? eh, stanno insieme da 15 anni" è una frase che non ha senso, per stare insieme tanto tempo serve voglia e decisioni costanti e perfezione di incastro altrimenti basta, basta, ce l'abbiamo la forza di dire basta? 
Io sì ed è stata la decisione più potente della mia vita, è stato un terremoto e ha messo a posto le cose invece di distruggerle, mi ha reso epicentro di ogni scarica di energia e non parte delle macerie, mai vittima, non una disperata nascosta sotto un tavolo o un muro portante, ammesso che questa sia la procedura in caso di pericolo.
Per esempio, io una procedura in caso di pericolo manco ce l'ho. 
Dai, sul serio, come si fa?
Mi sa che o ti nascondi o ci muori sotto. 
E infatti tutto torna. 



venerdì 13 dicembre 2013

Fame.

Facevo il tempo pieno e mi fermavo a pranzo in mensa, alle elementari. 
Non mangiavo nulla, o quasi, ma non ero inappetente, solo rompicoglioni. 
Spezzavo la rosetta, scartavo il naso al centro, la inzuppavo nel latte freddo senza zucchero, poi ricordo a volte un risotto bianco con le zucchine e un pezzo di tonno che scambiai per spezzatino. 
Uno psicologo qualsiasi direbbe, senza sbagliare, che rifiutavo il cibo della scuola per punire i miei genitori per avermi "abbandonata", invece di tenermi a casa a nutrirmi di nutella, cartoni animati e grattini sulla schiena. 
La sera mamma mi premiava, faceva le fettine panate col purè, o l'arrosto in fette sottilissime, o il pollo alla birra, e la domenica le fettuccine e gli agnolotti al ragù, papà diceva "complimenti alla cuoca!", mi sembrava la cosa più tenera del mondo, probabilmente oggi avrei un rigurgito femminista. Poi i bignè alla crema, ché papà non mangia dolci (quelli e il magnum classico), e a volte il ciambellone con la crosticina di zucchero. Non ne avanzava mai fino alla cena. 
A Enrico facevo la torta con la panna, a Valerio le crostatine, se le portava al lavoro, e io ero giovane e contenta, avevo giornate di cento ore e una gonna di pelle rossa. Invece in montagna con Luca facevo il caramello, nel pentolino, lo mangiavamo tutti divertiti, a pezzetti, e di notte uscivamo a ingoiare i fiocchi di neve con la lingua di fuori e dei piumini inguardabili. 
Nella prima casa da sola era tutto tiramisù con le scaglie di cioccolato fondente, nella seconda cheesecake e risotto, mentre questa che avrò tra tre giorni probabilmente saranno solo noodles della Star gusto pollo e verdure, che mi sembrano una bella metafora del momento. 
Ma ci sarà il sole dalla finestra a sinistra e io sarò seduta sul letto, con le lenzuola scomposte, le gambe nude e una camicia e tu sarai davanti a me, sdraiato con un cuscino storto sotto la testa, fumerai una sigaretta e tenderai la testa verso di me, io capirò che ne vuoi un po', ti imboccherò con le bacchette e ti farò cadere un po' di cibo sul petto, sotto l'ombra del mento, alla base della gola. Mi piegherò su di te, un bacio, lo raccoglierò, poi un altro, un altro, poi solletico, ridacchieremo, spegnerai la sigaretta e madonna, quanta luce.
Madonna, quanta luce. 

domenica 1 dicembre 2013

Almeno.

L'incapacità di gestire i soldi l'ho presa da mio padre.
Il vizio dell'affettato a raggiera sul piatto largo da mia madre.
La concretezza e le sopracciglia sottili da Silvia.
La maturità l'ho presa da Livio, l'impermeabilità sentimentale al tempo da Stella, i "perché" dagli attacchi di panico e dalla professoressa di latino del liceo, le classifiche da Nick Hornby, l'anticlericalismo e quel poco di senso di giustizia non lo so, forse dallo stomaco direttamente.
La mia baby sitter storica mi ha insegnato Contessa e la parola "succulento", mia sorella a leggere, Matteo che succede tutto e che va bene così.
La forma della faccia sarà di una nonna che chissà quale, il modo di piangere è di mamma, l'amore e il sesso mi sa che sono miei.
Alle elementari, o forse all'asilo addirittura, c'era questa bambina povera che abitava nelle baracche dove mi era proibito andare, tra la scuola e il Superemme, si chiama Aurelia, come la via, e la madre era una cicciona con i piedi sporchi che la chiamava gridando con le mani a paletta e noi a casa la prendevamo un po' in giro, bonariamente s'intende, certo, come no. E Aurelia era bianca nella mia testa. Poi c'era il bambino di cui non ricordo il nome, biondino, elegantissimo, la madre gli metteva il minestrone nelle bottigliette vuote del succo di frutta e ai miei piaceva tanto, lui nella mia testa era viola. Poi c'erano gli zingari che mi terrorizzavano, avevo paura che mi attaccassero le malattie: loro mi insegnarono a bestemmiare e il razzismo d'istinto. Gli zingari erano verde scuro.
Mia zia Sissi era verde chiaro, mia zia Luciana era bordeaux, Silvia è sempre stata blu, io senza colore.
Se tutto va bene lunedì prendo una casa, ho Marte favorevole fino a luglio e sempre paura.
Non c'è una chiusa, almeno metto un titolo.