venerdì 13 dicembre 2013

Fame.

Facevo il tempo pieno e mi fermavo a pranzo in mensa, alle elementari. 
Non mangiavo nulla, o quasi, ma non ero inappetente, solo rompicoglioni. 
Spezzavo la rosetta, scartavo il naso al centro, la inzuppavo nel latte freddo senza zucchero, poi ricordo a volte un risotto bianco con le zucchine e un pezzo di tonno che scambiai per spezzatino. 
Uno psicologo qualsiasi direbbe, senza sbagliare, che rifiutavo il cibo della scuola per punire i miei genitori per avermi "abbandonata", invece di tenermi a casa a nutrirmi di nutella, cartoni animati e grattini sulla schiena. 
La sera mamma mi premiava, faceva le fettine panate col purè, o l'arrosto in fette sottilissime, o il pollo alla birra, e la domenica le fettuccine e gli agnolotti al ragù, papà diceva "complimenti alla cuoca!", mi sembrava la cosa più tenera del mondo, probabilmente oggi avrei un rigurgito femminista. Poi i bignè alla crema, ché papà non mangia dolci (quelli e il magnum classico), e a volte il ciambellone con la crosticina di zucchero. Non ne avanzava mai fino alla cena. 
A Enrico facevo la torta con la panna, a Valerio le crostatine, se le portava al lavoro, e io ero giovane e contenta, avevo giornate di cento ore e una gonna di pelle rossa. Invece in montagna con Luca facevo il caramello, nel pentolino, lo mangiavamo tutti divertiti, a pezzetti, e di notte uscivamo a ingoiare i fiocchi di neve con la lingua di fuori e dei piumini inguardabili. 
Nella prima casa da sola era tutto tiramisù con le scaglie di cioccolato fondente, nella seconda cheesecake e risotto, mentre questa che avrò tra tre giorni probabilmente saranno solo noodles della Star gusto pollo e verdure, che mi sembrano una bella metafora del momento. 
Ma ci sarà il sole dalla finestra a sinistra e io sarò seduta sul letto, con le lenzuola scomposte, le gambe nude e una camicia e tu sarai davanti a me, sdraiato con un cuscino storto sotto la testa, fumerai una sigaretta e tenderai la testa verso di me, io capirò che ne vuoi un po', ti imboccherò con le bacchette e ti farò cadere un po' di cibo sul petto, sotto l'ombra del mento, alla base della gola. Mi piegherò su di te, un bacio, lo raccoglierò, poi un altro, un altro, poi solletico, ridacchieremo, spegnerai la sigaretta e madonna, quanta luce.
Madonna, quanta luce. 

22 commenti:

  1. Penso che se non ci avessero fatto la bocca, in amore ci metteremmo tutti a inciderci la faccia, a scavarci un ingresso per la gola, per le budella. Ché è amore a letto con un mento e chi lo possiede, ed è amore a tavola con le fettine panate e chi ce le ha preparate. E penso che l'amore sia più o meno questo fatto a suo modo semplice, e cioè un desiderio fortissimo di portarci le cose belle alla bocca, per poi farcele scivolare dentro, nel varco che per loro, a non avercelo, ci scaveremmo.

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  2. tristezza da noodles.

    dai proprio l'idea di essere affralita dal tempo e dal fatto.

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  3. Da studentessa fuori sede, testimonio la tristezza del noodles. Bel post :)

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  4. tra pochi giorni traslocherò anche io e già sento l odore di 4 salti in padella e piante aromatiche in balcone :) nn male alla fine dai.. se serve una mano con gli scatoloni, io ho un furgone..

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    cara menyembuhkan telinga bernanah

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