mercoledì 31 dicembre 2014

Fine danno

Non li voglio leggere i libri che mi hai regalato finché non potrai prendermi in giro perché sono lenta o almeno poi chiedermi tutto e tutto ascoltare.
Allora leggo Gli amori difficili di Calvino che avevo chiesto a Babbo Natale ancora prima che succedesse tutto e ho deciso che alla Befana chiedo solo Andrà tutto bene o non so, esisterà porco cazzo un libro che si chiami Sono guarito, vienimi a prendere?
Cerco poesie che parlino di questo e mi dico che se non le trovo nei posti in cui abbiamo cercato finora allora forse la poesia non c'entra, va bene la lucidità, va bene il tempo, va bene lavarsi sempre le mani e coprire sempre le scarpe ma poi fa -1° e fortuna che casa mia è calda e che forse non ci verrai mai, invece le mani quelle no, non si può già fare più nulla per salvarle.
Abbiamo iniziato tardi a parlarci senza voce ma abbiamo iniziato presto a fare tutto e allora mi autoassolvo se non leggo il labiale, imparerò, come imparo a fare tutto, con la stessa paura e la stessa cazzimma, per esempio guardo skytg24 senza audio per abituarmi ma poi leggo i sottopancia con le notizie e mi faccio tenerezza come quando da piccola baravo al solitario e pensavo che papà che mi guardava potesse non accorgersene.
Guardo le date, conto i giorni, scorro a ritroso le cronologie, quello che è stato finora mi sembra lunghissimo e quello che deve venire lo immagino breve.
Domani sarà estate, in mezzo una primavera clemente, alle spalle un inverno incomprensibile.
E io boh.
Da qualche parte, pure io.



mercoledì 3 dicembre 2014

Roma Termini - Milano Centrale

Improvvisamente li vedo tutti ridicoli. 
C’è un vecchio con la faccia fastidiosa di Dario Fo, ha le scarpe comode degli anziani, un completo in velluto verde marcio, la camicia a quadretti e un fazzoletto giallo al collo, un vezzo probabilmente vecchio decenni, che non si rassegna al mento cadente, e alla pelle flaccida.
Accanto a me 38/39 anni, jersey di cotone a fantasia geometrica di grandissima eleganza, un tono di voce Business wannabe e un taglio di capelli che manco nel ’97. Parla al telefono di cose di lavoro, nomina Alfano, nomina Renzi, ho voglia di prenderle la testa e sbatterla forte forte sullo spigolo del tavolino. 
Io leggo un libro, non tolgo il repeat a una canzone che mi piaceva all’università, ho tre lividi sul braccio sinistro che mi faccio ulteriormente distruggere da uno stronzo napoletano col carrello vivande. Non chiede permesso e nemmeno scusa, mi guarda e piega la testa di lato, è brutto e mi fa un po’ tenerezza. 
A sinistra calze color carne, custodie per ipad dai colori sgargianti annerite sui bordi dalle mani sudicie di metro e di treno, uno legge da due ore e un quarto la rivista di Trenitalia, davanti a lui una signora di mezza età al posto 7b ha due ciocche di capelli viola su un riccetto corto decolorato e io mi chiedo cosa vi dica il cervello.
Ho dimenticato gli anelli a casa a Roma, mi vedo le mani nude, mi imbarazza perché sono piccole e sembrano quelle che avevo alle elementari e mica me lo ricordo cosa facevo alle elementari con le mani. 

Ora ci penso, ora mi concentro e vedrai che mi viene in mente. 

sabato 8 novembre 2014

Dopo un po'

Dopo un po’ che ti baci la saliva sa di saliva. 
Non di fumo, non di cibo, non di menta. Solo di saliva.
Anche dopo un po’ che ti tocchi i polpastrelli non sentono più la persona, la-persona-che-è-con-te-e-non-con-altri, ma solo la carne e la pelle, e allo stesso modo dopo un po’ che ti ami senti solo l’amore.
Succede che ti abitui allo scossone, lo stomaco non ti fa più il sottovuoto e in qualche modo si passa dall’apparizione miracolosa alla presenza costante, come quando Leonardo di Caprio è diventato un personaggio fisso del cast di Genitori in blue jeans. 
Non è meno speciale quell’amore lì, è sempre un amore Leonardo di Caprio. 
Quando sei in quella fase succede che ti addormenti di pomeriggio e lui sa che deve svegliarti alle cinque e quarantacinque, e ti sveglia con i baci e ti toglie la coperta in cui ti ha imbozzolato e potresti anche aver russato o parlato nel sonno e lui potrebbe aver riso e sgranato gli occhi, ma ora lo vedi sorridere, quindi è ancora tutto ok.
Dopo un po' che ti ami così, senza nessuna forzatura (nessuna significa nessuna, di strategie, di schemi, di regole da chiarire) capisci che ti puoi amare anche per sempre, e che "se tra due mesi poi non me lo dici più, non è che vengo a dirti che mi avevi detto per sempre" e allora due mesi è niente e per sempre è nientissimo, chissà se si fa in tempo a darsi tutto, chissà se tra due mesi farà freddo a Roma e chissà quanti sonnellini. 
E madonna, che belli i sonnellini. 
Allora ti tranquillizzi, ti giri dall'altra parte, ti arrotoli un altro po' nella coperta e altri 5 minuti, dai, poi ci alziamo. 



giovedì 4 settembre 2014

Sì, ancora.

Un aggiornamento.


"L'ultima cosa che mi va di dire
prima di uscire e di non ritornare
che tutto quel che ho fatto era per te
e in tutto quel che è stato ero con te.
Guardami negli occhi e dimmi cosa vedi
ho dato tutto e ancora non basta
dei miei pensieri, di tutti quei momenti spesi
adesso dimmi cosa resta
adesso dimmi cosa resta
adesso cosa c'è."

Qui.

lunedì 21 luglio 2014

Ho letto Lovecraft quando ero ragazzetta e mica lo sapevo che ci avrei potuto mangiare sopra in termini di credibilità e fascino, poi da adulta. Ho letto anche Dante con l'attenzione di chi non ci va a scuola sopra e forse avrei voluto che non finisse mai e sapere tutto e parlarne alle cene e nudi nei letti. Ho imparato moltissime canzoni, a fare la capriola all'indietro sott'acqua, a prenotare i treni e la password della carta di credito, e ho imparato che non si danno le colpe agli altri per le cose che non posso nemmeno io controllare.
Credo di odiarti forte perché mi costringi a essere una cosa che non sono e mi fai fare cose che non mi assomigliano e che questo odiarti amplifichi in qualche modo tutta la figata che poteva essere, come i libri che si gonfiano con l'umidità, ecco tu sei l'umidità e io se continuo così sarò abbastanza illeggibile e con le pagine tutte appiccicate, puzzerò e non volevo puzzare mai, volevo avere i capelli sempre puliti e morbidi e mai il trucco sciolto e mai i vestiti sbagliati.
L'ingiustizia maggiore, il torto se vuoi, è l'esilio, la distanza forzata, questo mettermi in castigo dietro la lavagna e figurati se non lo so che nemmeno questo andrà bene, che nulla andava bene e allora forse basta provare a convincerti. Non va bene, basta provare a convincerti.
Ora me lo ripeto quelle ennemila volte, rinuncio al progetto di farti un regalo, mi concentro su quanto non mi vuoi in nessuna piccolissima, formalissima, neutralissima parte di me, nemmeno da amica, nemmeno da confidente, nemmeno da consulente, nemmeno da donatrice di sangue rh positivo in caso di emorragia, mi concentro sul fatto che mi detesti, e che non esisto.
Tu mi detesti e io non esisto.
Tu mi detesti e io non esisto.




Ma perché mi detesti se non esisto?



mercoledì 2 luglio 2014

Mi chiamo Daniela, ho 31 anni e vivo in una casa senza tavolo.

Mi chiamo Daniela, ho 31 anni e vivo in una casa senza tavolo.
Faccio in piedi o a letto quelle cose che le persone normali fanno sedute, da ragazzina mi tagliavo la frangetta da sola, come testimonia una mia foto in cui indosso degli orecchini indiani molto costosi che credevo avrei amato per sempre e forse ho perso. Conosco a memoria delle canzoni di Gatto Panceri e la mappa di tutti i tuoi nei (la potrei disegnare), ho fatto striscioni per i concerti di Renato Zero e parlo ai miei genitori di sesso perché sono convinta che l'educazione sia bilaterale. Una volta ho conosciuto Julian Schnabel, ho pensato che la mia vita sarebbe cambiata perché amavo l'arte e allora è fatta pensai e invece che salvata non rivederlo mai più che a me dell'arte frega proprio un cazzo ora e Julian sembrava un ragazzo sensibile, ci sarebbe rimasto senz'altro male. Un'altra volta mi hanno raccontato che una mia amica è stata fotografata da Terry Richardson e ho passato un pomeriggio intero a spulciare il sito per trovarla e credo di aver imparato l'invidia, ma non abbastanza da farmi bionda e diventare anoressica, cosa che a quanto pare invece a molte di voi riesce benissimo e vedi l'invidia, sempre lei che parla. Ho danni addosso che scoprirò pian piano, ma dato che mi osservo con la lente scorgo già, feritine che prudono, non fanno male, crosticine che cadranno magari ma la cicatrice resterà e farò finta di nulla finché non ci sarà qualcuno pronto a guardare attentamente ogni centimetro del corpo e scoprirle e chiedere come te la sei fatta questa, e allora nuda magari glielo racconterò, sempre che abbia deciso di non mentire. Avevo deciso di non mentire stavolta e non è andata benissimo, speriamo sia un caso. Non sopporto quando mi succedono cose che non mi somigliano e fatico a spiegare che non è una questione di principio con cui fieramente mi sono sempre pulita il culo, è proprio dispiacere, amarezza, tasto destro e sinonimi di. Non sono una fumatrice perché la sigaretta non mi dà alcun sollievo e non ne sento il bisogno, ma certe volte c'ho proprio le dita che frullano e dato che non scrivo più, l'avete notato che non scrivo più, o me le mordo, o ci mangio, o ci fumo o ci tocco la pelle altrui e non sono sempre così fortunata e comunque sono a dieta. Ho in programma altri due tatuaggi, uno tra l'altro viene dritto da qui, e sono felice perché i tatuaggi mi fanno fare pace con le cose, e allora probabilmente l'unico modo sarà riempirsi il corpo, visto che non scrivo più allora scriversi, scriversi e scriversi.
E scriversi insomma, non sarebbe male nemmeno adesso, ma figurati, fai tu.

sabato 28 giugno 2014

Uva

Mi sveglio, accendo la tele e tolgo il volume, poi metto della musica e poi apro il pc.
Ho sempre un libro nel letto, di solito al posto del passeggero, sopra o sotto la pila dei tre cuscini che non uso. Il caricabatterie del telefono è troppo corto e non riesco a prendermi tutto il materasso, resto a destra, e sì, certo, è per questo motivo.
Apro le persiane, c'è sempre tanta luce, a volte troppa, riempio la bottiglia d'acqua alla vasca in bagno, perché la cucina è lontana pur nei 45 mq totali di casa e perché la pressione dell'acqua lì è insufficiente al risveglio. Invece a me serve una cascata.
Guardo twitter, guardo facebook, leggo le mail, guardo instagram, controllo whatsapp, leggo notizie, chiacchiero, ricevo telefonate, sempre tutto dal letto, con gli occhiali che mi scivolano sul naso e impegni poco pressanti e che quindi porterò a termine male.
L'horror vacui ovunque.
Ho una valigia semipiena aperta sotto la finestra, lenzuola a scolorire stese fuori, molti pensieri che sono perfettamente in grado di ignorare, la radio da iniziare, paure sparse, punti d'arrivo raggiunti e circumnavigati, serenità che mi somigliano da proteggere.
Ho un tatuaggio nuovo che mi macchia una maglietta che era già macchiata, più soldi di quanti ne abbia mai avuti, dell'uva bianca buona nella ciotola dei cereali e ragione e voglia di credere che questa estate sia davvero iniziata.
E se piove di nuovo, io comunque l'ombrello non ce l'ho.



mercoledì 16 aprile 2014

Il pavone sulla schiena

Una volta ho scritto una tesi di laurea sulla scrittura spontanea esposta, cioè quelli che prendono un pennarello e scarabocchiano su un muro. Perché lo fanno? Con chi ce l'hanno? Perché non lo dicono a voce? Scrivono sul proprio muro o quello di tutti? Poi a me interessava il modo con cui quel gesto lì fosse diventato un atto artistico, ma non cambia molto. 
Alla fine quello che faccio è riflettere sul perché la gente scriva, da tutta la vita. Nel frattempo ci ho fatto pace e scrivo anche io. Però, ecco, tornavo a casa dal cinema e ho visto una tag (vi rendete conto che tag non è più street art, ma ormai è internet a tutti gli effetti? è così solo per me? ci saremo finalmente liberati della frasetta da telegiornale su cos'è una tag per i graffitari "la firma che lasciano sul muro e con cui si fanno riconoscere dalle crew", e via dicendo con altre definizioni idiote a matrioska?), insomma ho visto una tag di quelle fatte con l'acido, sulla vetrina di un'agenzia immobiliare. Era brutta, capita che lo siano - la libertà di esprimersi spesso sacrifica l'estetica ed è sempre sempre sempre un errore, soprattutto se ti aspetti che la gente ti guardi per la strada - e soprattutto era una stronzata. 
Ho difeso la street art per anni, ora me ne fotto. Mi sa che sono cresciuta, le questioni non mi appartengono più per principio, ora finalmente entro nel merito, mi concedo di non sapere, di non schierarmi, di essere in contraddizione con me. 
Camminavo verso casa, quindi, e avevo freddo, perché sono uscita vestita leggera e piuttosto ridicola, con un bomber bianco con un pavone sulla schiena, dei jeans che mi fanno le cosce grosse e gli occhiali. Brutta anche io, non come l'acido sulla vetrina, ma insomma, si fatica lo stesso a guardarci attraverso. 
Intanto leggevo un report del Grande Fratello, cioè un resoconto di tutto quello che è successo nella Casa nelle ultime 8 ore, riflettevo sulle fatture da portare alla commercialista domani e sulla domiciliazione bancaria delle bollette di Acea e Eni, e a un certo punto ho realizzato che non mi pesa niente. 
Sono stanca, molto stanca, ma non schiacciata. Risolvo dei problemi di soldi e di sonno, mi godo la solitudine e considero di continuo la distanza/vicinanza perfetta delle persone che amo. Non mi faccio succhiare dalle vite degli altri, nonostante il mio lavoro in questo momento consista nel guardare tredici persone tutto il giorno, e cerco di monitorare la tendenza che ho a imporre la mia su tutte. 
Rifiuto lavori, accetto vacanze, butto le mie scarpe preferite ormai distrutte e compro giacche nuove.
Ora c'è solo da risolvere il problema delle cosce e poi mi sa che siamo a posto. 

venerdì 28 marzo 2014

Quando ridi



Sono in piedi in cucina, spalle al frigorifero, scalza, con il riso che si cuoce davanti.
Fisso il vuoto, penso a quanto abbiamo riso stamattina e inizio a piangere, forte, fortissimo, con la mano sinistra sul petto e senza una sola ombra di tristezza. Piango solo e guardo in su, c'è la cappa da finire di montare e piango tanto e non succede altro, solo che lascio uscire tutto, come oggi nel letto, quando ridevo così tanto che facevo cadere il telefono, che io lo so che non te ne vai, che resti mio, anche per sempre, e ti metti in cucina in piedi con me, a fissare la cappa e ridere e piangere e piovere forte e guardare insieme nello stesso punto e sapere tutto, amore mio, sapere tutto, avere tutto, piangere tutto, ridere tutto, prendere tutto, perdere tutto, cadere, cadere, cadere e restare lì.
Ché di rialzarci, adesso, proprio non ci va.

martedì 11 marzo 2014

E tutto il resto del tempo

Il centro commerciale era una piramide piena di specchi, anche a distanza di quasi un chilometro sapevo esattamente come fossi, vista da fuori. La borsa era pesantissima di computer, le lenti unte degli occhiali a ogni minimo movimento della testa creavano prismi caleidoscopici di fari gialli, semafori verdi, insegne viola dei negozi. Avevo un cappotto nero, pantaloni da uomo, scarpe impolverate e poco trucco: non ero carina, ero così. 
Qualche tempo prima avevamo fatto la stessa strada insieme, io avevo dei jeans e dei tacchi, non ci baciavamo, ma rallentavamo contemporaneamente, sorridendo senza dirci niente, per origliare la conversazione di due passanti malvestite. "Nessuno è indispensabile" dicevano, e non mi era mai sembrata una cazzata così grossa come ora. Ti raccontavo storielle forse divertenti, cose che avevo imparato all'università, aneddoti di amici di amici di amici che mai conoscerai, ma chi se ne frega. 
Adesso sono a casa, in questo letto che ha visto te più di chiunque altro, e baratterei tutte le camminate del mondo con la pesantezza del tuo corpo immobile accanto a me. Scriverei sui tasti piano per preparare la riunione di domani, stando attenta a non svegliarti, che è poi quella cosa di essere adulti e innamorati, cioè rinunciare al giochino e alla soddisfazione egoista in nome di buon senso e cura, e se sei stanco riposa, amore mio, dormi tanto, lascia stare tutto, anche me. 
Girati di spalle, senza maglietta, così che io possa, avvicinando la bocca, darti un bacio asciutto e lieve, senza rumore, e abbracciarti nuda anche io, e scoprire chi scalda chi, chi scopre chi, chi tocca chi e prendere coraggio e svegliarti per fare l'amore e prenderne ancora e addormentarmi prima di te, senza sapere se resterai a guardarmi, se sarò goffa, sgraziata, senza leggere sulla tua faccia impressioni che, temo, sarebbero comunque inafferrabili. 
Perché io non ti ho che quando ti ho.
E tutto il resto del tempo, non lo so mica cosa faccio. 

sabato 1 marzo 2014

Se io morissi


Se io morissi, tu che faresti?
Riusciresti a fare finta di niente? come potresti non raccontare che sei il depositario di tutto?
Ti aggireresti tra i miei amici con la faccia di un estraneo, e le più sentite condoglianze alla mia famiglia, forse non andresti a lavorare per un giorno. Piangeresti?
Se io morissi non sapresti cosa farne di te, ti sentiresti in colpa per non aver usato meglio tutto un corpo, tutta una voce, per non aver telefonato di più, detto grazie, chiesto scusa, chiesto per favore, chiesto ancora.
Se io morissi non riusciresti più a sentire delle canzoni, a mangiare dei cibi, a spogliarti nudo senza pensare a me.
Se io morissi le donne ti sembrerebbero tutte uguali, forse tutte bionde, tutte bianche, tutte serie.
Solo io ero rossa, ed ero bella, e ridevo, ma tu non lo sapevi così tanto.
Se io muoio, amore mio, ti dico cosa devi fare.
Vai da mia sorella, fatti dare le chiavi di casa mia. Continua a pagare il mio affitto e entra dentro, ogni tanto, qualche ora al mese, tocca le mie cose, fai la spesa e cucina, mangia nei miei piatti, fatti la doccia seduto nella vasca con la schiena verso il muro e la finestra aperta. Dormi dal lato destro del letto, lascia la lampadina volante e metti la maniglia all'anta singola dell'armadio, che così non la sopporto nemmeno da morta.
Leggi i miei libri, sottolineali, portali a casa con te, ma restituiscimeli.
Piangi qui e non fuori, se vuoi, questo spazio serve a te ora, a me non più.
Poi esci, cammina, prendi l'autobus, vai al Colosseo, che non è un nostro posto, ma è abbastanza banale da farti concentrare ancora solo su di me nello spazio, quando esistevo e cambiavo le cose e tu le cambiavi a me. Butta tutto se credi, tieni solo quello che profuma e che ti fa sentire meno solo. Paga una donna che venga a pulire, affinché la casa non ti sembri mai disabitata, perché adesso tu ci vivi, quando non puoi fare a meno di me.
Se io muoio, non fare a meno di me.
E, per favore, nemmeno se vivo.




martedì 11 febbraio 2014

There is a light

Nella nuova casa non entra un tavolo, almeno per ora, perché i single sono così, si adattano e si accomodano, sempre tranne che d'inverno, quando per mangiare il brodo devi ustionarti le cosce seduta sul divano.
Ho preso questa abitudine di rientrare e non togliere le cuffie, mi spoglio, mi metto dei pantaloni comodi e giro scalza da una stanza all'altra col telefono in tasca e la playlist che va, canto, sicuramente stono e sti cazzi.
Ora per esempio mangio con gli Smiths in sottofondo e un cucchiaio di ferro di mia madre così sottile che mi taglia i bordi delle labbra e col brodo bollente non vi dico la goduria.
L'alternativa era un passato di verdure. Il cucchiaio restava lo stesso.
Comunque
And if a double-decker bus
crashes into us
to die by your side
is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
kills the both of us
to die by your side
well, the pleasure, the privilege is mine
è un ottimo modo per dire a qualcuno che lo amiamo e mi sentirei libera di consigliarlo, anche se non è vero, anche se non è possibile, insomma forzate ste porte del reale se proprio dobbiamo essere liberi, anche se avete la moglie a casa e anche se c'è il pericolo, poi nel profondo, che uno ci creda, poi nel profondo, all'amore, poi nel profondo.
Io, per esempio, ho un'età per cui ho imparato che non succede nulla a mentirsi e so che l'iperbole è necessaria, strutturale, non solo decorativa.
Perciò non ti ho mai amato così tanto come stasera, e non ho mai voluto nessuno qui sul divano con me, a ustionarsi le cosce e tagliarsi le labbra, come te, adesso.

giovedì 30 gennaio 2014

aspetta che nevichi

secondo me quelle che voi chiamate troie semplicemente hanno paura di marcire.
io piuttosto che sprecare investo male.
ah, questo post non ha le maiuscole, soprattutto perché sentitevi liberi tutti di togliere i punti e mettere le virgole, ché chi è bravo a chiudere le frasi e i ragionamenti, dio lo salvi da me, stasera.
in città che sono anche un po' la mia, per interposte mille persone, stanotte forse nevica.
pagherei oro per averla a Roma, la neve.
oro.
per l'euforia e l'immobilismo forzato.
invece lentamente mi abituo alla follia di queste giornate, divento antipatica e viziata e penso che il mondo debba risarcirmi di chissà quale pazienza e sacrificio.
in compenso voi siete in delirio di onnipotenza, vagamente complottisti, siete un piacere da guardare.
secondo me casa mia sarà stupenda e tu in qualche modo ci verrai e faccio pace ogni giorno con il fatto che non sarò mai dall'altra parte dei tuoi occhi a capire cosa vedi quando guardi, cosa registri, cosa ricordi.
secondo me sono peggio di come sono secondo te, però tu non dirmelo.
o almeno aspetta che nevichi.

sabato 4 gennaio 2014

Allora ti lascio fare

Quando andavo dalla ginecologa le prime volte, andavamo in un posto a Via dei Castani, ce lo avevano consigliato delle amiche di mamma che avevano avuto un sacco di problemi, perché con i medici è così, più il caso è disperato più ti puoi fidare. Io ero piccola, ed ero femmina. Le due cose mi avevano portato da lei, non avevo ancora tutti i malanni , le mutazioni genetiche e gli altri cazzi che avrei scoperto negli anni, e non potevo immaginarli.
La dottoressa aveva i capelli lisci, con il taglio di sabrina ferilli ma di un rossiccio promesso come sbarazzino, e il camice aperto e la gonna stretta e faceva simpatia. Ero vergine, quindi la visita era tutta da fuori.
Mi toccava sulla pancia con la mano piatta, le dita unite e molto rigide. Questa paletta dura spingeva sulle ovaie, e sotto l'ombelico, e sui fianchi già morbidi e faceva male, ma sembrava necessario e allora forse lì ho smesso di frignare per il dolore. Dal dentista avrei urlato, lì no.
Certe volte quando tu mi parli io ho la stessa sensazione. Allora sto zitta, un po' mi intristisco e aspetto che mi passi lo spavento di trovare proprio lì dentro, dove ancora forse sono piccola e femmina soltanto, qualcosa che non va. Tu pure spingi, lento, con movimenti circolari e io non capisco cosa cerchi, cosa senti, quale bozzo ti farà preoccupare e non posso fare niente, allora mi sento proprio male, e non so nemmeno se posso trattenere il respiro.
Poi mi sento sporca, un po' violata, incomprensibilmente oscena e inutilizzata nella mia nudità.
Ma è necessario. E inevitabile.
Allora ti lascio fare.