lunedì 26 gennaio 2015

La cura.

Da ragazzina i miei mi portavano in vacanza in un posto in Abruzzo che si chiama La piccola Svizzera, mamma mi faceva fare merenda con la rosetta e le scaglie grosse di parmigiano, mentre io e Silvia giocavamo a pallavolo e io imparavo il bagher e crescevo senza farci troppo caso.
Adesso, a 32 anni il parmigiano in casa ce l'ho sempre ma il pane mai e quando rientro a piedi di notte, certe volte guardo uno sconosciuto e penso Ecco adesso questo mi stupra e non mi fa nessun effetto, altre volte non guardo nulla e mi faccio un pianto di quelli che nemmeno io che sono gentile mi fermerei per offrirmi aiuto.
Quando ami qualcuno che sta soffrendo, il corpo è facile che non lo senti più.
Non ho fame, non ho freddo, non vedo il brutto dei miei vestiti, in compenso mi lavo ossessivamente i capelli tutti i giorni e mi profumo il collo, salto i pasti ma ho almeno 5 rossetti in borsa, che non ho voglia che lui mi veda stanca e me li spalmo sulle guance per darmi un tono.
Se mi dicono "come stai?" io rispondo "abbastanza bene".
Se mi dicono "tieni botta", io rispondo "se tiene botta lui".
Se mi dicono "posso fare qualcosa?", io rispondo "no, ma grazie, davvero".
In loop, per rispetto.
Il problema è essere inconsolabili per un dolore che non è il proprio.
Non ho la cura e non sono la cura.
Quindi?